Gianna Coletti: Mia figlia ha 90 anni

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State tranquilli, non parleremo di menopausa, oddio Gianna Coletti ci confida che ogni tanto si lamenta giusto di qualche vampata con la quale ormai convive benissimo, come ha convissuto benissimo, fino a qualche anno fa, con la sua “vecchia”.

Facciamo un passo indietro.

coletti_1Gianna Coletti è un’attrice.
Noi di StarsSystem l’abbiamo apprezzata nel film indipendente Tra cinque minuti in scena per la regia di Laura Chiossone e scritto da Gabriele Scotti (di poche settimana fa la notizia che il film è sbarcato con successo tra Mosca e San Pietroburgo).

Film è tratto da una storia vera; quella di Gianna e di sua madre Anna.

In questo film c’è molto della vita di Gianna, attrice teatrale alle prese con le prove di uno spettacolo. Al termine delle prove Gianna ritorna a casa, ma ritorna nella sua vera casa, con la sua vera madre novantenne ad attenderla.

Anna non vede più, non cammina più ma è tutt’altro che moribonda o dolorante, difatti vorrebbe, disperatamente, restare attaccata alla vita.

“Grazie alle tante cure che esistono oggi, l’età si è allungata, o meglio la vecchiaia, e delle volte si arriva a tarda età conciati piuttosto maluccio. Quando si sta bene e si è abbastanza giovani guardando un vecchio acciaccato, è facile dire:
“Piuttosto che arrivare così, meglio morire”
Sarei molto cauta – confida Gianna – nel fare affermazioni di questo tipo”

La vecchiaia ci cambia, cambia il nostro modo di pensare e di vedere le cose. Anna, ma come molti di noi, avrebbe voluto essere immortale anche se su una sedia a rotelle, col pannolone e con gli occhiali neri sul naso.

Immortale… sembrerebbe che ci sia riuscita perché dopo l’uscita del film ecco arrivare nelle librerie Mamma a carico. Di solito avviene il contrario, ma l’immortale Anna non vuole proprio lasciare le scene.

“Non me lo so spiegare – continua Gianna – devo dire che la vita mi ha riservato grandi sorprese e tutto questo grazie alla mia “vecchia”. Mia madre mi ha fatto dannare per 50 e passa anni, però alla fine mi ha dato una grande soddisfazione”

Mamma a carico è la personale storia tra una figlia che diventa madre della propria madre, fenomeno generazionale che coinvolge sempre più donne alle prese con i loro genitori.

ATTENZIONE
non vogliamo che passi il messaggio che se i nostri genitori, se la fanno addosso, diventino realmente i nostri figli!
Il titolo, Mamma a carico – Mia figlia ha 90 anni, come tiene a precisare Gianna;
è un’iperbole.

Accudire chi prima ci ha accuditi, chi ci ha aiutato a diventare adulti è una lotta impari contro il tempo. La vecchiaia è il periodo più difficile da vivere.

I figli crescono i vecchi no.

Sto tornando a casa.
Mia madre è con me in una cassettina di metallo che tengo sulle ginocchia.
Nell’ultimo periodo me lo ripeteva spesso:
“sono nelle tue mani”

Gianna come fare ad accompagnare i nostri genitori nel loro ultimo viaggio?

Se uno ha la possibilità bisognerebbe tenere i propri genitori a casa. Lo Stato dovrebbe aiutare le persone in difficoltà economica, perché non tutti si possono permettere un badante o due, quando è necessario.

Se una figlia lavora come fa? Sei costretto per forza a metterlo in una casa di riposo. Però se si riesce a tenere i propri genitori a casa ti aiuta, ti aiuta a vivere bene dopo.
È vero lo fai per loro, ma anche per noi stessi, lo si fa.
Per questo ho preferito tenere la mia “vecchia” con me, aiutata da due badanti.

Una sola volta ho pensato, sperando di farle riacquistare l’uso delle gambe, di farla ricoverare presso una “nota” struttura di Milano. Come si dice:
“La speranza è l’ultima a morire”

Mia madre è sempre stato una persona agitata, evidentemente in queste “strutture” le persone anziane le vogliono estremamente tranquille, estremamente dormienti così da non disturbare il reparto, soprattuto non disturbare gli infermieri (!!!).
Come conseguenza, me l’hanno bombardata di psicofarmaci, sonniferi e non solo.

Nel frattempo mi ero presa due giorni di vacanza da passare a Trieste con mio marito. Dopo la prima notte passata a pensare come stava la mia “vecchia”, la mattina vengo svegliata da una telefonata che mi avvisava che mia madre era stata ricoverata al pronto soccorso. In un primo momento non sapevano di cosa si trattasse, pensavano avesse avuto un ictus e che sarebbe morta nel giro di poco. Mi sono precipitata da Trieste a Milano, non ti dico con quale ansia e angoscia. Arrivata a Milano, trovo mia madre ancora in vita.

“Caspita mi ha aspettato per darmi l’ultimo saluto”

Passavano le ore e mia madre migliorava sempre più. Successivamente le fecero gli esami del sangue ed in effetti fu riscontrata un’altissima dose di calmanti.

Questo per dire che se si ha la possibilità, sarò ridondante, di curare i propri vecchi a casa è meglio. Non sopporto le persone che dicono:
“Si però in una casa di riposo c’è il dottore, sono seguiti…”
a parte che i dottori vengono anche a casa tua e poi in queste “strutture”, nonostante vengano “seguiti”, le pieghette sulla pelle, a causa dell’immobilità, a mia madre le sono venute ugualmente!
Mentre a casa mia il sedere della mia “vecchia” era splendido.

“Giannina ti ho nelle vene”

Le era venuta fuori una vena poetica, diceva cose stupende anche se a volte mi esasperava perché mi chiamava continuamente.

“Gianna. Gianna. Giannina.
Mi fa male il culo”

Appunto!

“Mi fa male e sai perché?
Perché non vado di corpo”

Piccole fissazioni che la facevano stare malissimo.

“Gianna. Gianna. Giannina”

Non smetteva mai di chiamarmi.

“Mi piace il tuo nome”

Tutti i dialoghi, tra me e mia madre, nel libro, sono stati tagliati ed è un peccato, un vero peccato perché oltre ad essere molto divertenti facevano capire il rapporto che si instaura tra una madre e sua figlia, rapporto basato anche sul dialogo.
Tenere viva la loro attenzione, sempre.

“Gianna. Gianna. Giannina.
Regalami una bambola.”

Voleva una bambola e non capivo il perché.

“Per avere qualcuno a cui volere bene”

Qui diventava la perfida che è sempre stata;
“ma scusa, mamma, a me non mi vuoi bene?”

“… si, ma tu a me ne vuoi di bene?”

Quando rispondeva così mi faceva mancare il terreno sotto i piedi.

“Gianna. Gianna. Gianna”

Continuava a chiamarmi era una forma di delirio.

“Gianna. Aiuto.
Gianna, Aiuto”

Andava avanti ore e ore, era talmente forte il dolore… alla fine sbottai:
“Tu non sei stata così con tua madre!”
Le rinfaccia l’ultimo giorno di vita.

“… bugiarda. Non è vero”

Ebbe il coraggio di dirmi, con l’ultimo fiato che le era rimasto.
Poi la situazione andò peggiorando. Sapere che queste sono state le ultime frasi che ci siamo dette, non mi fa stare bene, mi spiace moltissimo… è che…

Ci interrompiamo, Gianna ha le lacrime agli occhi, il ricordo è ancora vivo.

.. ho sempre avuto paura del pianto.
Invece devo dire che sono stata brava, non mi ha mai sentito piangere, mai con la voce rotta in gola, mi sono sempre fatta sentire serena vicina a lei.

Anche dopo il crollo di mia madre ero andata in fissa:
“Cavolo vuoi vedere che all’ultimo momento mi metto a piangere?”
Invece no, negli ultimi tre giorni di vita ero dolcissima, ho sempre cercato di tranquillizzarla, di farla sentire serena.

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Hai sensi di colpa?

No. Non ho sensi di colpa nei confronti di mia madre, nonostante l’ultima mia frase, frase che mi sono perdonata come mi sono perdonata gli ultimi pensieri cattivi che ogni figlio ha. Pensieri terribili che però ci dobbiamo perdonare perché siamo umani.
So che fino all’ultimo mi sono fatta in mille per lei, quello che potevo fare l’ho fatto. Anche quando la situazione è degenerata, ho buttato tutto dietro le spalle, come ho sempre fatto, ho cancellato ogni conflitto del passato.
Cosa che dovrebbero fare tutti.

Hai detto che ci sono stati parecchi tagli nel libro. Vorresti raccontare aneddoti che hanno tagliato?

Non smetteva mai di chiamarmi. Era un continuo.

“Gianna. Gianna. Giannina”

Per farla stare zitta un giorno le dissi:
“Vogliamo incidere un CD?”

(sul finale del film Tra cinque minuti in scena scorrono fotografie, di sottofondo si sente una voce fuori campo, è la voce di Anna, le registrazioni di cui vi stiamo parlando)

“così poi lo vendiamo e facciamo un sacco di soldi”

Disse.
Avevamo deciso di registrare delle interviste, io le facevo le domande e lei rispondeva. Poi gliele facevo riascoltare così per un paio d’ore finalmente potevo riposarmi un po’. Capirai che dopo il terzo ascolto si rompeva le balle anche lei di sentire le stesse cose. E ricominciava…

“Gianna. Gianna. Giannina”

Un giorno, era il periodo in cui si parlava di Berlusconi e il bunga bunga, mi fa:

“Gianna scriviamo a Berlusconi?”

Voleva a tutti i costi mettersi in contatto con il Berlusca…

“Perché è pieno di grana”

“Egregio signor Berlusconi,
sono una Signora di una certa età e mi farebbe piacere incontrarla, sa
gallina vecchia fa buon brodo!
Attendo una Sua gentile risposta.
Saluti”

Ogni giorno chiedeva:

“Ha risposto Berlusconi?”

Questa si dimenticava tutto, ma sta’ storia della lettera NO, le era rimasta impressa e ce l’ha menata per giorni.
Alla fine le dissi che le dovevo dare una brutta notizia:
“Mamma non so se tu hai notato, ma a Berlusconi piacciono al massimo quelle di trent’anni, anzi no a trent’anni sono già vecchie.
Generalmente preferisce proprio quelle di primo pelo e sia io che tu, ahimè, siamo fuori target, proprio fuori età e credo che non ci sia speranza in una sua possibile risposta”

La mia “vecchia” rimase colpita, poi esclamò:

“Berlusconi di merda”

Un altro taglio che non ho proprio “capito” è quando la regista Laura Chiossone, conobbe mia madre, mi disse che assomigliava a Sid Vicious dei Sex Pistols.
Nel libro scrivo che chiederò a Laura perché la mia “vecchia” le ricordasse un tossico che probabilmente accoltellò la sua fidanzata. Sapere la vita di questo signore Vicious era importante, se no uno non capisce il nesso è giusto una cosa buttata là, senza andare in profondità. Segata, anche questa parte!

(alla fine del libro Laura risponde alla domanda di Gianna, ma effettivamente sulla vita di Sid Vicious non se ne parla, a meno ché uno non sia preparato sull’argomento)

Con il tuo libro cosa vorresti lasciare al lettore?

Una riflessione su quello che è la vecchiaia. È la cosa che più mi preme. La vecchiaia, ai nostri genitori, dobbiamo fargliela vivere nel miglior modo possibile.
In più vorrei che il lettore avesse la capacità di buttare tutto dietro le spalle; i brutti ricordi, i molti rancori, dimenticare il passato e di guardare oltre.
Per me questo è molto importante.

Quindi non hai mai pensato: “Basta la metto in un ospizio”

No. No… no. Mai. Mai perché ero io che avevo bisogno di avere lei. Tutto quello che ho fatto per mia madre, l’ho fatto per me. Sapere che, se mi avesse chiamata ed io non ero lì, mi avrebbe fatto impazzire. Sapere di non essere la con lei quando la notte tutti i demoni dell’anima le uscivano, demoni seppelliti nel corso degli anni, le botte prese dalla madre che improvvisamente le ritornavano alla mente… no, no e poi no.
Ho sempre pensato che mia madre doveva morire di vecchiaia non di solitudine.

Ma vuoi mettere ogni volta che volevo potevo vederla? È vero mi faceva incazzare a morte le dicevo:
“Basta adesso me ne vado”
Ma dopo mezz’ora ritornavo. No assolutamente no. Mai pensato:
“La chiudo in un ospizio. Mai”

Una cosa che ho ammirato nella mia “vecchia” è stata la sua capacità di lottare, cadere ma poi rialzarsi.

…nonostante lei mi dicesse sempre:
“sono nelle tue mani”
è stata mia madre che mi ha tenuto saldamente nelle sue mani
fino all’ultimo giorno.

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Foto in apertura: Gianni Ansaldi