Fabio Bartolomei: Come restare sospesi tra sorriso e pianto

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Fabio Bartolomei classe 1967 nasce a Roma, dove vive e lavora.

Affermato pubblicitario, scrittore versatile e autore di sceneggiature. Nel 2011 grazie al libro Giulia 1300 e altri miracoli si fa conoscere dal pubblico dei lettori, ma il successo arriva grazie a Al Santamaria, bambino prodigio del romanzo We are family.

Nell’immaginario collettivo quando si pensa ad un bambino prodigio lo si associa ad un bambino triste. Al per chi non avesse letto il libro (se volete leggere una bella storia, ma bella per davvero, non potete non leggere We are family) che bambino è?

Un costruttore e un dinamitardo. Un sognatore iperbolico, uno spietato che insegue il suo obiettivo con la determinazione di un adulto e la fragilità di un bambino. È destinato a non crescere mai, ad avere sette anni per tutta la vita. Questa caratteristica lo espone a grandi pericoli e allo stesso tempo gli consegna armi straordinarie per vincere le sue battaglie quotidiane. Per ulteriori informazioni rivolgersi ai librai Feltrinelli che hanno incluso We are family tra i primi tre migliori romanzi del 2014.

1° Stoner (consigliatovi anche da Marco Missiroli)
3° Al Santamaria.

Non aggiungiamo altro.

Con We are family quanto ti è piaciuto lasciarci continuamente in sospeso fra il sorriso ed il pianto?

Mentre scrivo sono molto egoista, penso solo a me stesso. E a me restare sospeso tra sorriso e pianto piace moltissimo. Questo registro altalenante tra uno stato d’animo e l’altro mi sembra il più aderente alla vita reale. Poi magari salterà fuori che la scelta del registro e l’impronta stilistica non c’entrano nulla e che in realtà non faccio altro che riversare la mia instabilità emotiva su ciò che scrivo. Tutto può essere.

Hai detto che Al è un bambino destinato a non crescere mai, ad avere sette anni per tutta la vita. Questo vuol dire che non lo incontreremo in un tuo futuro romanzo?

Nessuno dei personaggi dei miei romanzi è destinato a vivere due volte. Sono storie chiuse, percorsi terminati, evoluzioni completate. Magari un giorno cambierò idea ma per ora posso dirti con certezza che non mi sento disposto a nessuna forzatura. Ho accettato il distacco.

Sarò ridondante, ma come avrai capito sono molto affezionato ad Al, tu a quale dei tuoi personaggi sei più legato?

Di sicuro Al è quello che mi ha causato i problemi maggiori. Non durante la stesura del romanzo ma dopo. A romanzo chiuso e stampato. È stato difficile concentrarsi su altre storie e altri caratteri, Al tornava fuori in continuazione. Ma la Filomena Marturano che è in me mi obbliga a un elenco ben più lungo e sincero: Fausto, Sergio e Vito (Giulia 1300 e altri miracoli), Diego e Filippo (La banda degli invisibili), Al e Vittoria (We are family), Costanza e Assunta (Lezioni in paradiso). Sono molto orgoglioso di tutti loro.

Come lettore sei riuscito a travolgermi con i tuoi personaggi, mi sono commosso e divertito al tempo stesso. Se penso ai vecchietti de La banda degli invisibili mi domando come definiresti i personaggi dei tuoi libri, ma soprattutto riesci a tenerli a bada?

I miei personaggi sono dei partigiani moderni. Irrequieti, insoddisfatti, sognatori, perdenti in attesa di riscatto. Tipi così non si tengono a bada anzi, si lasciano completamente liberi. Liberi anche di riscrivere il romanzo. Credo che questa sia la sorpresa più bella che un autore possa aspettarsi dalla creazione di un personaggio e dalla scrittura in generale. Quindi è meglio non appassionarsi troppo all’idea di partenza altrimenti si rischia di rovinare tutto.

Leggendo La banda degli invisibili è come immergersi in un film di Mario Monicelli. A chi consiglieresti di leggere La banda degli invisibili? Ad una persona arrabbiata o a chi vuole sentirsi ancora giovane?

Io non metterei limiti. Secondo me va bene per gli arrabbiati e per i rassegnati, per chi vuole sentirsi giovane e per chi si è sempre sentito vecchio. Personalmente imporrei la lettura del romanzo a tutti gli automobilisti che si attaccano al clacson quando vengono rallentati da un anziano. Quattro ore di arresti domiciliari con obbligo di lettura.

Troppo severo?

Assolutamente no.
I vecchi (amo definirli così) come ha scritto Aristofane sono due volte bambini. Un uomo non è vecchio fino a quando i rimpianti non sostituiscono i sogni e i vecchietti di Bartolomei hanno un sogno molto ambizioso. Leggere per credere.

Per chi non avesse letto uno dei tuoi libri, come li definiresti?

Sono delle commedie che hanno come protagonisti dei perdenti raccontati nel momento del loro riscatto. Storie di persone che superano le proprie debolezze e i propri limiti affrontando imprese disperate. A volte vincono, a volte perdono, spesso pareggiano.

Come e quando nasce un tuo romanzo?

Generalmente un mio romanzo nasce mentre ne sto scrivendo un altro. I processi creativi non sono mai stabili né confinabili quindi può capitare di iniziare a prendere appunti su un bambino prodigio mentre si è letteralmente immersi nelle vicende di quattro ottantenni alle prese con un progetto folle. Non ho la delega per parlare a nome degli altri scrittori ma credo che sia abbastanza normale. Per quanto ci si possa sforzare di restare concentrati su un progetto la necessità di mantenere la mente aperta gioca brutti (per modo di dire) scherzi.

Quest’anno nei cinema c’era il film Noi e la Giulia diretto da Edoardo Leo (vincitore del Premio David di Donatello Giovane 2015, mentre Carlo Buccirosso Miglior attore non protagonista) tratto dal libro Giulia 1300 e altri miracoli.
Una tua spassionata critica al film?

Edoardo Leo si sforza di far comprendere al pubblico la differenza tra film comici e commedie. Una differenza che incredibilmente oggi sembra sfuggire anche a molti addetti ai lavori. Non è una sfida da poco ma a giudicare dalla quantità e dalla qualità dei premi che ha vinto con Noi e la Giulia direi che ha fatto centro. Personalmente apprezzo molto lui e ho apprezzato molto il film, che mantiene intatto lo spirito del romanzo.
Non potevo chiedere di meglio.

Nel 2004 hai vinto il Globo d’Oro con il cortometraggio Interno 9.
Fabio Bartolomei sogna il cinema? Se si, come sceneggiatore o regista?

No, Fabio Bartolomei ha messo un piede nel cinema anni fa e ha capito che sta molto meglio dov’è ora. Chiariamo, il cinema mi piace molto e lavorerei volentieri come sceneggiatore, magari non a tempo pieno. La regia invece non fa per me, non mi affascina e, in tutta franchezza, non ne sarei proprio capace. Quindi, non mettetemi strane idee in testa, nel vostro interesse.

Va bene. Per chiudere, quale dei tuoi libri consiglieresti e perché?

We are family o La banda degli invisibili. Sono in edizione tascabile, costano meno. Se poi dovessero piacere ce ne sono altri due. E un quinto in arrivo.

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In attesa che veda la luce il suo quinto romanzo, vi consiglio di leggere Fabio Bartolomei a prescindere.
Perché ha la capacità di raccontare l’Italia, e gli italiani, in modo ironico.
Perché ha la capacità di lasciarci sospesi tra surreale e il thriller.
Perché ci spiazza di continuo, ma soprattutto perché non lascia nulla al caso.

I suoi personaggi sono dei sognatori pronti a cambiare vita e noi di StarsSystem amiamo sognare perché ci piace cambiare, sempre.