Carolina di Monaco compie 60 anni
23 Gennaio 2017
Maura Iris Tomsa: la designer che celebra le top models
24 Gennaio 2017

By Manuela Mariani
24 gennaio 2017

L’uscita sul mercato del phon Dyson Supersonic ha scatenato un vero tafferuglio mediatico, che ha spaccato in due l’opinione dei consumatori: da un lato gli indignati anche solo all’idea di spendere 400 euro per “un asciuga capelli”, si levano al grido di “dovrebbe come minimo farmi un cappuccino e pure di quelli buoni”, dall’altro i liberali, a difesa del diritto di spendere i proprio soldi come meglio si crede, utilizzando a paragone l’acquisto di telefoni dal prezzo altrettanto esoso e non meno incapaci di servire colazioni.

Potevo io (ossessionata dai miei capelli, che Rapunzel levati proprio) esimermi dal provare l’oggetto dello scandalo e rendere pubbliche le mie considerazioni? Ovviamente no.

Sull’estetica non si discute, è senza ombra di dubbio un bellissimo oggetto di design, ma questa è solo una piccola nota, che si limita a colorire la mia- a dir poco entusiastica- esperienza. Caratteristiche tecniche? Il “phon più costoso al mondo” è anche il più silenzioso; persino regolato alla massima velocità, il rumore è minimo.

La temperatura non sale mai oltre i 150 gradi, facendo sì che i capelli non perdano la loro naturale idratazione durante l’asciugatura e un capello idratato è un capello meno soggetto alla formazione di doppie punte e parti del fusto spezzate. Anche paragonato ai phon più tecnologici e professionali (con ioni e contro co-ioni) si nota subito la differenza: il capello rimane più lucido, più setoso e più morbido.

Ma non finisce qui, un’altra grande novità, da non sottovalutare, è la sua maneggevolezza: Dyson Supersonic pesa solo 618 grammi, così il polso non si sforza e l’allenamento dei bicipiti viene rimandate alle apposite sessioni in palestra. Ultimo, ma non per importanza, questo apparecchio è in grado di ridurre drasticamente i tempi di asciugatura: nello specifico io, che ho i capelli lunghi fin sotto al seno, ho cronometrato ventisette minuti contro i soliti 45′.

Pare ci siano voluti quattro anni di lavoro e ricerca, più di cento teste d’ingegnere ed oltre 70 milioni di euro, per creare questo piccolo capolavoro tecnologico e, alla domanda-che continua ad assillare il web e “ma ne vale la pena”? Io rispondo un fermissimo si e, rubando le parole di bocca alla famosissima Becky Blomwood, “vi posso garantire che si tratta di un investimento!”