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By Matteo Squillace
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Da quattro anni rinchiuso in cella per un crimine che non ha nemmeno lontanamente commesso, punito per aver fatto solamente il suo lavoro. Una storia che lascia sbigottiti: è la storia di Mahmoud Abu Zeid, che tutti conoscono con lo pseudonimo di Shawkan. Era il 14 agosto 2013, e questo fotoreporter egiziano si trovava in piazza Rabaa-al Adawiya, al Cairo, dove per conto dell’agenzia londinese Demotix documentò lo sgombero di migliaia di civili che stavano manifestando contro il nuovo regime instaurato dall’attuale presidente egiziano Al-Sisi. La forze dell’ordine risposero aspramente: quel giorno persero la vita circa 817 persone.

Le foto del massacro e dei corpi senza vita fecero il giro del mondo, salvo poi finire nel dimenticatoio del web: Amnesty International però non si è dimenticata del caso di Shawkan, che da quattro anni lotta per la sua libertà tra innumerevoli udienze di fronte al giudice e appelli pilotati. Lo scorso anno Mahmoud ha contratto l’epatite C, e le sue condizioni sono andate via via peggiorando con il passare dei giorni. Risultato di torture ricevute dai suoi carcerieri all’interno della prigione di Abu Zabaal (nessun tipo di cure mediche, acqua e cibo negati).

Sulla sua testa gravano le accuse di omicidio, adesione a un’organizzazione criminale e ostacolo all’applicazione della legge. Se confermate, queste accuse potrebbero condurlo alla pena di morte: un esito che sarebbe inaccettabile, per Shawkan e per tutti coloro che, come lui, non possono vedersi negare la libertà solo per aver fatto il loro lavoro.