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By Matteo Squillace
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La genialità si manifesta nei modi sempre più inaspettati, ma certo mai banali. Sveglia alle 3.30, perché comandare vuol dire anche essere soli, la cravatta rigorosamente nell’armadio e le parole di De Andrè e Kant nella testa. Sergio Marchionne era il prototipo perfetto del manager “diverso” e di successo: nato 66 anni fa a Chieti, papà maresciallo e mamma esule istriana, tre lauree tutte prese in Canada e un futuro da leader in Italia. La ricetta giusta per comprendere il mondo l’aveva probabilmente scritta strada facendo, parola dopo parola, arrivando a uno dei gruppi automobilistici più potente al mondo, riportandolo ad avere un ruolo cruciale nello scacchiere economico internazionale.

La rivoluzione Fca, il capolavoro fatto con General Motors, l’uomo che lanciò la Grande Punto, negoziatore e statista prestato all’industria, uomo che da solo si è sobbarcato la responsabilità di ridare speranza a centinaia di migliaia di dipendenti e alle loro famiglie. Dopo la Fiat, è toccato alla Rossa nata dalla mente e dall’amore di Enzo Ferrari; e a pensarci bene i punti di contatto col Drake sono molteplici. “Sono stanco. Se vuoi fare bene questo lavoro devi mettere in conto un prezzo altissimo da pagare” aveva detto non più tardi di qualche mese fa al salone di Detroit.

Nel 2021 era programmato il suo addio alla Ferrari, due anni dopo a quelli di Fiat. Cosa avrebbe fatto in seguito? Probabilmente il giornalista o lo scrittore, di sicuro non il politico (anche se in passato qualcuno aveva provato a convincerlo del contrario). A lui però non interessava, era già arrivato dove voleva essere: più in alto di tutti.