La posta del corazón – Amicizie sul lavoro: missione possibile?

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By Arianna Lai
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“Io a lavoro non cerco amicizie” 

“Prima ancora che colleghi siamo amici” 

“Non siamo solo una coppia, siamo partners aziendali”


Sono tutte frasi che potreste aver ascoltato almeno una volta, esclamazioni che parlano della coesistenza – o incompatibilità –  di amicizia e lavoro. Non ci avevo mai riflettuto più di tanto sulla questione, finché la mia realtà professionale non è cambiata drasticamente.
È da circa un mese che lavoro in un’azienda di Madrid come marketing communication manager (o responsabile di comunicazione, ma in inglese fa più figo, dicono): è la primissima volta che ho un ruolo di comando. 

Ma andiamo per ordine. Ho sempre ritenuto di avere delle buone capacità di organizzazione. Quanto meno, ho una naturale inclinazione a serrare il pugno sulle redini. In Erasmus ero colei che veniva spedita alla lavagna per presentare i progetti e che distribuiva le mansioni a ogni componente del gruppo. All’asilo decidevo arbitrariamente chi si doveva nascondere e chi doveva fare la conta. Sì, me ne rendo conto, con quest’ultimo quadretto ho dipinto più una tiranna in erba che una possibile leader aziendale del futuro. Tuttavia lo spogliarmi del perbenismo e il raccontarvi della situazione tal cual è indispensabile al fine di spiegarvi l’ambiguità della mia condizione al momento. Perché aspettavo da una vita di assumere un ruolo dove potessi essere io a decidere. Ora però, socievolmente parlando, mi sento a dir poco stranita.

Ho due colleghe, due account executive, che sono tra loro culo e camicia, o uña y carne, come direbbero qui. Inevitabilmente mi hanno assorbito nel loro duo. Sono la componente internazionale, l’italianinaspaghetti. Insomma, un personaggio che hanno incluso volentieri nel pacchetto. E poi, in termini gerarchici, facciamo parte dello stesso ecosistema. Nel frattempo, coloro che in un passato avrebbero riso con me del mio sbottare in italiano, o che avrebbero commentato le nuove uscite su Netflix, si comportano in maniera estremamente pacata, a volte ossequiosa, o persino remissiva. Ho qualche base nell’ambito della psicologia dei gruppi. Con quelle tre, quattro nozioni disponibili credo di poter capire che il tutto dipende dalle dinamiche implicite all’organizzazione interna dell’azienda. “È il mio capo, non può essere mia amica”. Dall’altro lato, le mie due colleghe executive mi scimmiottano e confidano le loro pene (su alcune ci sarebbe da scrivere), invitandomi a partecipare ai loro after-work.

Ebbene, è capitato che le frequentassi, alcune volte. E se erano presenti anche gli altri impiegati (magari in qualche evento aziendale), il gruppo si scindeva a metà: noi, loro. A volte si incrociavano le voci. Poi strani silenzi, brusii. Sembrava quasi che nessuno volesse davvero passare l’invisibile linea di confine che separa chi esegue da chi gestisceMa chi l’ha messa questa linea? È davvero imprescindibile? Ho fatto mente locale. In effetti non ho mai davvero stretto un’amicizia trovandomi in casi come questo. E non per mancanza di volontà, o per conflitti irrisolti. Semplicemente era, non so, strano. Le conversazioni fuori porta stridevano ed erano artificiose, poco credibili. Non sapevo mai fino a che punto spingermi. E che tipo di amicizia si può creare se c’è mancanza di trasparenza, se devo limitare la schiettezza a una manciata di frasi possibilmente fuori luogo?

Ecco, senza voler entrare nelle tematiche di subalternità o assertività, lo domando a voi: si possono avere amici a lavoro? Sono amicizie che continuerebbero anche se cambiaste azienda? Sareste capaci di essere amici del vostro capo, o del vostro dipendente (recuperando poi la giusta autorità in ufficio)?

Se vi è mai capitato di avere un’amicizia a lavoro, o di perderla per via del lavoro, questa è la vostra settimana. Scrivetemi sul mio Instagram @spaghetticonjamon utilizzando #lapostadelcorazon oppure mandate una mail a [email protected] Vi aspetto per disquisire (o cercare di risolvere) i casi più emblematici e interessanti!