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By Matteo Squillace
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Un bilancio che continua ad aggravarsi ora dopo ora: il primo ministro portoghese Antonio Costa non ha esitato a definirla “la più grande tragedia degli ultimi anni per un evento di questo tipo”. Il mostruoso incendio divampato domenica scorsa nella foresta di Pedrogao Grande, paese portoghese al confine orientale del distretto di Leiria (150 chilometri a est di Lisbona), è frutto di una storia che non ha eguali, e che ci fa capire quanto possiamo essere inermi e impreparati di fronte all’ira della natura. Una natura madre e matrigna, che può scatenare tutta la sua furia anche nel bel mezzo di un momento di quiete. Viviamo in un momento storico di tensione assoluta: uomo contro uomo, una guerra senza quartiere, che peggiora di giorno in giorno.

I 62 morti e 60 feriti sono stati sorpresi nella notte: all’interno delle loro auto e delle loro case, rimasti intrappolati e in balia delle fiamme che li accerchiavano arrivando da ogni direzione. Al momento sono al lavoro 700 vigili del fuoco e 80 autopompe, più una decina di canadair forniti da Francia, Spagna e Italia.

Cosa ha potuto causare un rogo di una simile portata? Quasi certamente un fulmine, abbattutosi con forza nei boschi che costituiscono il polmone verde del paese lusitano. Il caldo torrido degli ultimi giorni e le scarsissime piogge cadute sulla zona negli ultimi mesi hanno fatto da miccia e propellente all’inesorabile propagarsi dell’incendio.

La colonna di fumo, considerata la violenza e la vastità delle fiamme, è stata rilevata persino dai satelliti Nasa orbitanti intorno alla Terra. Un segnale che siamo arrivati ad un punto di non ritorno: il nostro pianeta, continuamente sollecitato e martoriato dall’opera distruttiva dell’uomo, ora reclama un tributo che non ci possiamo permettere di pagare.