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By Pietro Rebosio
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Oggi si ricorda un personaggio strano. Un comico mai stato comico fra i comici più grandi. Un grandissimo attore che – da “Kranz” a “Fantozzi” alla “Voce della luna” alla “Leggenda del bosco vecchio” – portò nel grande schermo la crepuscolare realtà sociale dell’italiano medio. Dal boom economico alle crisi contemporanee: Paolo Villaggio ha raccontato la maggioranza silenziosa di un’Italia che fatica e sopravvive deridendo, non potendo sconfiggere, prepotenti cliché culturali e sociali.

Ha creato una maschera, di quelle, rare, che sopravvivono alla storia e diventano parte della vita di ognuno. Ha narrato la tragica vita ordinaria. L’ordinarietà più bassa. Frustrata, cattiva. Ma con grande istinto di sopravvivenza e di adattamento. Il segreto, il grande segreto della comicità e del pensiero di Villaggio, è stato il cinismo. Sottile o ostentato che fosse è diventato arma, è diventato forza. Con questo l’attore genovese ci porta, nel riso o nel pianto, a sgravarci di pesantezze culturali e sociali dedite a indebolire la serenità dell’essere umano.

Comunque ti vada la vita sarà meglio, sempre e indiscutibilmente, della sua. Questo è il grande personaggio. Nessuno raggiungerà mai il livello della “merdaccia”. La sua maschera è, oggi, più attuale che mai, forse ancora più ora rispetto agli anni della grande ripresa e del boom. Lo spirito Villaggio alberga dentro di noi. Oggi a Roma, a 84 anni, si è spenta un’eccellenza italiana. Di quelle vere, da ricordare.