Tips da valigia
7 Agosto 2017
Egitto, Amenofi II rivive al Mudec
29 Agosto 2017

By Matteo Squillace
9 Agosto 2017

Fuggire non serve a nulla, ma è almeno un inizio. Lo sa bene Jason Bateman ala Marty Byrde, un consulente finanziario di Chicago e protagonista di Ozark: lanciata da Netflix lo scorso 21 luglio, la serie ideata da Bill Dubuque e Mark Williams stordisce e crea interrogativi grazie al suo essere “romanzo reale” del nostro mondo. Costretto a scappare dalla tumultuosa Chicago per riciclare i soldi di un cartello messicano della droga, Marty carica sulla sua station wagon famiglia, tutti i suoi risparmi e relativi problemi. La moglie Wendy (standing ovation per Laura Linney) che fino a pochi giorni prima lo tradiva, e i figli Charlotte e Jonah, che per un motivo e per l’altro dovranno fare i conti con l’impatto derivante dallo sbarco in una realtà più piccola. E il lago di Ozark nel bel mezzo del Missouri (e quindi del nulla), meta prescelta da Marty per riciclare denaro sporco, incarna tutti i pregi e i difetti che la provincia si porta dietro.

La droga c’è, ma non siamo in Narcos, e quindi c’è spazio per tanta autocritica sulla società americana: la bolla immobiliare, l’omosessualità vissuta come un tabù, la famiglia che si spezza e si ritrova, facendo venire a galla i segreti non detti e le paure più profonde. Marty è un po’ Walter White e un po’ il vostro vicino di casa che fronteggia come può la crisi esistenziale dei quaranta e prova mettere insieme i soldi per pagare le tasse e la scuola dei figli. E ci dimostra che per gestire tutto questo servono coesione e spirito d’adattamento, a costo anche di commettere qualche azione non proprio lodevole. Vessati dalle difficoltà (quelle personali, interiori) ricerchiamo instancabilmente un posto migliore fino a che, contro ogni previsione, si trova la soluzione del gioco: non c’è forse un po’ di Marty Byrde che alberga dentro ognuno di noi?