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Il 15 settembre di dieci anni fa si spegneva nella sua Firenze, davanti all’Arno, dove sessant’anni prima portava bombe a mano nascoste nei cesti di insalata ai partigiani come suo padre.

L’alieno – così chiamava lei, il cancro – l’aveva avuta vinta dopo anni di estenuanti lotte.
“Cosa guadagnerai dalla mia morte? Se mi uccidi morirai anche tu con me” si domandava ormai con qualche sfumatura di rassegnazione la giornalista “Sei un Kamikaze, certo, muori per uccidere” si rispondeva.
Fu lei stessa a dichiarare in Intervista a me stessa che della morte non aveva paura. L’aveva vista, vissuta molto. Dai bombardamenti del secondo conflitto mondiale a Firenze quando era piccolina al Vietnam, al Laos, alla Cambogia fino al tanto discusso Medio Oriente.

“Quando ero inviato di guerra ero circondata dalla morte, poteva toccare a me in qualsiasi momento. Ero e sono sempre stata pronta alla morte”.

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“Non mi fa paura, lo direi, sono troppo orgogliosa per dire bugie” continua la Fallaci “mi fa solo una vaga malinconia, ho avuto poco tempo, una vita per tanti è troppo, per altri troppo poco. Ora che me ne sto andando ho capito una cosa, sono sempre stata ossessionata dal vivere con dignità e ho sempre ritenuto che fosse la cosa più importante. Mi sbagliavo. Esiste una prova ancora più difficile, ancora più impegnativa. Morire con dignità
Con queste parole la giornalista si congeda al mondo. Quel mondo che, con orgoglio e rabbia, aveva amato e odiato ma che comunque l’aveva resa una donna dalla forza rara e dalla determinazione straordinaria. Questo carattere così dolce ma così aggressivo, così lunatico ma così puntiglioso l’aveva trasformata nella più grande giornalista italiana. Conosciuta e riconosciuta in tutto il mondo.

Negli ultimi quindici anni visse a New York in un villino a due piani a Manhattan. Qui fondò il suo regno, fra macchine da scrivere, libri e carte ingiallite. Ricreò un ambiente suggestivo con vecchi mobili fiorentini, reperti bellici e immensi guardaroba.
Dietro l’impavida combattente, per alcuni guerrafondaia, ritratta con elmetti e tute mimetiche su jeep nel deserto, c’era una donna che amava essere donna.

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Era bella da giovane ed era bella quando gli anni cominciarono a farsi sentire. Rigida, poco sorridente. Occhi penetranti.
Rientrava in quel genere di donna intelligente, sicura di sé, quelle che portano con orgoglio le rughe tanto per intenderci.
Capelli a caschetto castano chiaro, rossetto, matita blu e smalto rosso costanti della sua immagine. Scelte classiche, sempre attuali.

Sembra che ogni elemento dell’abbigliamento della Fallaci sia in qualche modo riconducibile alle abitudini adottate negli anni in cui era corrispondente di guerra.
Enormi occhiali da sole e da lettura, a mosca, come vengono definiti. Quelli anni 60’ tornati in voga dopo il 2000. Effetto mascherina.
Cappelli, cappelli per ogni occasione, di ogni forma, da pezzi rarissimi vintage Borsalino a quelli dei mercatini newyorkesi. “Da giovane li odiavo i cappelli, poi per anni ho dovuto mettere elmetti che mi hanno anche salvato la vita. Da allora ho cominciato ad apprezzarli. Mi fanno sentire più difesa”. Spesso impreziositi da spille gioiello.

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Pochi pantaloni, quasi solo gonne loungette o a tubino. Oppure abiti con fantasie classiche anni Settanta alla Pucci.
Tacchi, sempre amante dei tacchi, in effetti negli anni in cui girava il mondo con soldati in carri armati e furgoncini blindati non aveva avuto molte occasioni.
Si può senza ombra di dubbio definire una donna elegante e affascinante, impossibile potesse passare inosservata.
Si deve citare, anche se poco politicamente corretto, un’altra costante dello stile dell’odiata e amata giornalista: la sigaretta.

Furono proprio le sigarette, insieme ai gas respirati a Beirut dei pozzi di petrolio incendiati da Saddam Hussein, a farle venire il tumore ai polmoni. Fumava tantissimo e purtroppo, bisogna ammetterlo, la sigaretta se può essere un segno di malcostume, è anche un elemento stilistico non da poco. Ricrea quell’immagine, sempre, leggermente malinconica e rassegnata che solitamente porta con se molta eleganza.
Lei amava essere ritratta con la sigaretta, amava accendersi sigarette durante le interviste. Riflettendo, in vite che hanno toccato con mano la sofferenza di popoli soffocati dalla storia quanto può valere il danno recato dalla nicotina?

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L’immagine di certe persone necessita della sigaretta, perché in realtà ha bisogno di quella lieve trasgressione visiva per testimoniare che nella vita quello che conta non è sempre solo la salute e la pulizia. Pasolini, suo amico e ammiratore, conferma.

La Fallaci voleva esser testimone anche di questo. Per essere unici bisogna essere politicamente scorretti in tutto, anche nelle piccole cose. Sempre contro il pensiero unico.
Chi combatte contro le masse e l’omologazione, il costume ci insegna, impara ad avere gran stile.
Le pecore nere sono rare. E ciò che è raro è elegante.

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