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By Antonino Pezzo
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Oggi, 17 maggio 2017, è la Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia, istituita per la prima volta dall’Unione Europea nel 2004, a quattordici anni esatti dalla decisione da parte dell’ONU di rimuovere per sempre l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali.

Purtroppo, ancora in alcuni luoghi, essere gay rappresenta un vero reato ed è perseguibile con un’esperienza di carcere di anni e anni; tuttavia l’epilogo in certi stati è la pena di morte.

Iran, sultanato del Brunei, Emirati Arabi Uniti, Afghanistan, Arabia Saudita, Mauritania, Pakistan e Yemen scelgono di porre direttamente fine alla vita di chi si macchia di omosessualità attraverso impiccagioni, lapidazioni e torture di ogni tipo. Mentre in paesi come Algeria, Angola, Russia, Senegal, Singapore, Somalia, Sri Lanka, Sudan, Swaziland, Turkmenistan, Uzbekistan, Zambia e Zimbabwe ci sono i lavori forzati e sanzioni penali severissime. Anche in Tunisia è illegale amare una persona dello stesso sesso, ma la cosa viene “tollerata”.

E se dalla Cecenia abbiamo ricevuto notizie sulla creazione di campi di concentramento per cancellare gli omosessuali da quel territorio, la Corea del Nord non affronta proprio il tema. Qui, sotto la dittatura di Kim Jong-un, ogni tipo diritto umano è inesistente. Per cultura nazionale, inoltre, non è usuale impegnarsi in manifestazioni pubbliche di affetto.

Jang Yeong-jin, un cittadino nordcoreano, non aveva mai sentito parlare di omosessualità e non capiva come mai non sentisse nessun tipo di attrazione sessuale verso la moglie. Lì nessuno sa dare un nome a questo modo d’essere perché nessuno sa che esiste. Jang ha realizzato di essere gay solo una volta finita la fuga, in Corea del Sud.

“Quand’ero all’Università di Pyongyang andai da un neurologo per cercare di capire perché ero così diverso dagli altri. Ma appena parlai di ciò che sentivo dovetti andarmene perché il medico si mise ad urlarmi contro” ha dichiarato.