Nuove luci sulle ombre del suicidio di Robin Williams

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Nuove luci sulle ombre del suicidio di Robin Williams

E pensare che a volte basterebbe aspettare che il temporale passasse e che le nuvole si stemperassero per poter guardare il cielo di nuovo terso, com’era prima che le correnti portassero quei nuvoloni carichi di energia grigia.

È l’undici Agosto dello scorso anno a Tiburon, e quel giorno probabilmente splendeva il sole in California, ma di sicuro non rischiarava la villa di Robin Williams.
Il buio è quello spazio dove i confini spariscono e dove non esistono più i limiti degli ostacoli con cui ci potremo scontrare. Il buio è fuori, ma soprattutto dentro ad ognuno di noi  quando la ragione si spegne e l’oscurità si accende.
Ad otto mesi di distanza da quel giorno, si stanno delineando i bordi vertiginosi su cui ha mosso gli ultimi passi l’attore di Pacth Adams, quel medico che negli anni settanta introdusse la risoterapia, la cui personalità fu perfettamente abbinata a quella di Robin Williams che col suo talento ha fatto ridere il mondo. Lo stesso Robin che per ironia della sorte smise di sorridere appena le telecamere si spensero, e  le luci dei riflettori calarono sul set e sulla sua vita.
Lo ricordiamo tutti quell’ultimo e disperato gesto di lasciarsi cadere con il capo stretto ad una cinta, la cui motivazione fu imputata alla depressione per aver scoperto di essere malato di Parkinson. E tutti noi abbiamo creduto che fosse quella la causa, una malattia che colpisce il sistema nervoso.
Abbiamo creduto fosse il non accettare il proprio corpo che fatica a rispondere con precisione ai propri comandi, la mente che rallenta quando ancora c’è la voglia di correre, la vita che scivola via dalle quelle mani che tremano.
Ma non c’era solo quel morbo nella vita dell’attore, non erano solo i muscoli ad irrigidirsi e rallentarsi. C’era dell’altro, un qualcosa di più sottile che non si riconosce ad occhio nudo, un qualcosa di meno vistoso di una forchetta che batte contro il piatto o dell’acqua che trabocca dal bicchiere per  colpa di una mano che non vuole saperne di stare ferma.
C’era quella tristezza profonda che fa apparire il mondo come ingiusto, malvagio e potenzialmente pericoloso.
Ecco cosa c’era di nuovo nella vita di Robin Williams, ecco cos’era il tremendo segreto che torturava le ultime ore di vita dell’attore: la paranoia che qualcuno volesse fargli del male, la totale assenza di lucidità nel discriminare ciò che gli stava accadendo.
Così viene raccontata la scena finale della sua vita dal programma televisivo di Channel 5: l’ansia, l’insonnia, il timore di avere altre malattie, l’ombra di persone pronte a colpirlo e il caos di buttarsi a ricercare autonomamente medicinali che lo potessero guarire. Infine la disperazione di credersi solo, il non potersi fidare di nessuno e l’errata consapevolezza di non avere più qualcuno pronto ad aiutarlo.
Robin Williams viveva la vita a due livelli, quello reale e quello allucinante in cui compare e si muove ciò che non è.
È il mondo delle ombre cinesi quello di chi vede proiettarsi sulla tela della propria vita ciò che non esiste, è l’illusione creata dal movimento del cervello in tilt che mostra davanti agli occhi un film sorprendentemente nitido ma così falsamente irreale.
Il suicidio di Robin Williams ricalca la fragilità di ognuno di noi e di quanto bisogno abbiamo di essere protetti. Sempre.
Perché non c’è successo, non c’è lavoro, non c’è nulla al mondo di così importante come l’essere capiti e aiutati da chi abbiamo vicino.
Perché in fondo cresciamo, sì, ma mai abbastanza per superare tutto da soli.

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