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By Matteo Squillace
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Il continente africano, con la sua mistica e le sua magia millenaria, è una sorgente inesauribile di storie e racconti che si perdono nella notte dei tempi. Nessuna di queste però si avvicina, per epica e valore, a quella di Nelson Rolihlahla Mandela: il simbolo della lotta all’apartheid e uomo che si è caricato sulle spalle il compito di ripulire il Sudafrica da disuguaglianza e ingiustizie. “Non c’è stato un momento particolare in cui abbia detto: da qui in avanti mi consacrerò alla liberazione del mio popolo; invece, mi sono semplicemente ritrovato a farlo, e non potevo fare altrimenti”.

Mandela nasce il 18 luglio 1918 a Mvezo, villaggio dal quale fuggirà assieme al cugino per evitare un matrimonio combinato e per dedicarsi totalmente agli altri e alla politica, ciò che lo appassionava davvero. Nel suo immediato futuro c’erano l’African National Congress e sua moglie Winnie, conosciuta per caso a una fermata dell’autobus e diventata la compagna di una vita. Un’oasi felice nella vita di Madiba, che dopo la Carta della Liberta del 1955, il documento sul quale poggiava il movimento anti-apartheid, fu arrestato l’anno seguente per la prima volta. La detenzione forzata e vigliacca preparata dal governo sudafricano arrivò nel 1963 e durò per ben ventisette anni: un tempo lunghissimo, uno stillicidio che non fece altro che alimentare l’amore e il sostegno nei confronti di Mandela e della lotta all’apartheid.

Non era più solo una questione chiusa all’interno dei confini sudafricani: Mandela, leader gentile ma solenne, anche da dietro le sbarre riuscì a far sentire la sua voce. Quando fu scarcerato, l’11 febbraio del 1990, ricominciarono anche le sue battaglie ma questa volta da presidente del Sudafrica, il primo a essere eletto con suffragio universale. Nel suo mandato da presidente, dal 1994 al 1999, Mandela utilizzò qualsiasi mezzo a disposizione per unire il Sudafrica sotto un’unica bandiera: quella del rispetto reciproco e della generosità. Eventi sportivi come i Mondiali di rugby del 1995 e quelli di calcio del 2010 sono figli soprattutto dell’esempio fornito da Mandela.

Un uomo spinto da una fede incrollabile nelle proprie capacità in grado, spogliato della propria libertà, di vincere la battaglia più dura che la vita gli aveva messo davanti. Un sognatore che non ha mai smesso di crederci.