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By Antonino Pezzo
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Molti non lo sanno, alcuni non ci credono e altri ne sottovalutano la potenza: le piante non sono immuni alla musica. Ne aveva già parlato il botanico indiano Jagadish Chandra Bose durante i primi anni del ‘900, quando era riuscito a dimostrare che le piante utilizzano segnali elettrici per la comunicazione al proprio interno, teorizzando una forma di intelligenza che consente loro di imparare dall’esperienza e di adattare la propria crescita in base all’ambiente. Ciò era divenuto possibile grazie all’introduzione di uno strumento, il crescograph, utilizzato per valutare esattamente il tasso di crescita dei vegetali. Le piante che sono reduci da una situazione di stimolazione sonora, intelligenti o meno, s’irrobustiscono e appaiono volenterose di toccare quasi il cielo.

Non c’è da stupirsi se qualche produttore italiano di vini ha deciso di diffondere tra i filari musica barocca con degli amplificatori: Bach, Vivaldi, o anche Mozart, l’emissione sperimentale di note va dai due ai tre giorni, ventiquattro ore no-stop.

La certezza che le erbe gradiscano tutti i tipi di suono, e cioè anche i rumori, non la abbiamo, tuttavia rimane concreto il fatto che le onde le colpiscono, ed è proprio questa collisione che dà via al processo.

È rarissimo ascoltare esperienze di gente comune che dica di aver provato la pratica, mentre è consuetudine valutare i pareri di persone appartenenti a sfere religiose che trascorrono la vita in posti chiusi: con i canti i fiori si aprono anche dove non batte il sole.

Sarebbe il caso di piazzare delle casse audio al centro del proprio giardino e poi far partire un bel cd, perché non è il massimo della comodità trasferire radici e terriccio dentro casa.

Il nostro errore è di dare per scontato che le piante abbiano il dovere di farci più cose del dovuto: produrre ossigeno, offrirci piaceri estetici, lasciarsi afferrare e gettare all’occorrenza. Dovremmo curare la loro salute, oltre che la nostra, magari anche attraverso la musica.