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Piegati per ore e ore sulla terra della pianura pontina, sotto il sole caldo della Puglia, tra i pomodori del foggiano, tra la campagna di Gioia Tauro o le dolci colline del Chianti. In molti hanno la pelle scura, ma ci sono anche tanti italiani, rumeni e bulgari. Iniziano presto, all’alba, e vanno avanti per 10,12,14 ore. Piegati sulle schiene doloranti non hanno più lacrime: senza nome e senza speranza. A molti di loro vengono rubati i documenti. A molti di loro vengono offerte droghe per reggere meglio la fatica.

Un popolo di lavoratori sommersi: sono ben 80 i distretti agricoli, da nord a sud, in cui si manifesta questo fenomeno, con un giro di affari di quasi 22 miliardi di euro. Molti di loro sono deceduti durante le immense fatiche lavorative, come Paola Clemente, scomparsa all’età di 49 anni nei campi di Andria in Puglia. Lavoratori costretti a condizioni di lavoro stremanti al limite di ogni immaginazione umana. Eppure succede in Italia.

Il caporalato, nonostante una tardiva legge del 18 ottobre 2016 che lo vieta attraverso severe sanzioni agli imprenditori agricoli che praticano lo sfruttamento dei lavoratori, continua ad essere presente in tutta la nostra penisola. Attività illecite che coinvolgono tutto il comparto agricolo e la filiera alimentare, dove la criminalità organizzata investe denaro sporco per controllare settori “puliti”, come la ristorazione, la grande e piccola distribuzione e persino il turismo agricolo.

L’agromafia arriva su tutta la filiera: dai campi, al trasporto, alla vendita. A farne le spese sono di certo i lavoratori trattati come schiavi e pagati miseramente, e anche i consumatori finali che spesso, credendo di mangiare cibi controllati, usano alimenti che non hanno alcun tipo di supervisione.

Circuiti illegali sulla tracciabilità degli alimenti e sulla loro origine, fino ad arrivare allo sfruttamento degli animali negli allevamenti. Coldiretti ha infatti pubblicato il quinto rapporto sulle Agromafie in cui si delinea un fenomeno in forte espansione: sono aumentate del 59% le ispezioni aziendali compiute nel 2015 rispetto all’anno precedente.

La situazione più grave si presenta a Reggio Calabria, ma anche Palermo, Caserta, Napoli e Caltanissetta. Non è da meno il nord: la “maglia nera” va da Genova a Verona. La più virtuosa è Trento. In queste province i lavoratori vengono tenuti in condizioni di semi-schiavitù, le lavoratrici vengono spesso abusate, ma nessuno osa ribellarsi per paura di perdere il lavoro. Guadagnano circa 2 euro l’ora.

Gurmukh Singh, indiano, portavoce della comunità pontina, è in Italia dal 1992 ed ha lavorato clandestinamente per sei anni per circa 14 ore al giorno, anche la domenica in una zona rurale vicino a Sabaudia. Dopo è riuscito a fare i documenti ed è fuggito, aprendo un piccolo negozio di frutta e verdura nei dintorni di Borgo Hermada, una frazione del comune di Terracina.

“Confido nelle Forze dell’Ordine”, ha dichiarato, “la schiavitù, al giorno d’oggi, non dovrebbe più esistere”.