Miles on Miles

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«Come vuole definirla, signor Miles?» chiedevano.
«Chiamatela musica» era la sua semplice ma onesta risposta.
Quello che la critica ha detto, ora ne siamo certi, è irrilevante. Miles, in fin dei conti, aveva sempre l’ultima parola, o l’ultima nota.

Per la collana Odoya Cult Music, il 27 settembre esce il libro Miles on Miles. Incontri con Miles Davis di Paul Maher Jr. e Michael K. Dorr.

Miles Davis si guadagnò l’appellativo di “Principe del silenzio”, per questo una selezione delle interviste che invece rilasciò è così preziosa. Maher e Dorr colgono i momenti in cui lo stigma razziale e l’ignoranza di alcuni intervistatori lasciarono il posto alla maestria nel far fluire il Miles-pensiero.

“Lette tutte insieme, le interviste in questa raccolta rivelano soprattutto la visione musicale di Davis, la lucidità con cui viene individuata e la spregiudicata energia con cui è perseguita. Anche qui qualche cautela è necessaria: a dare retta al trombettista, tutta la sua attenzione sembrerebbe rivolta solo alla sezione ritmica, alle modalità di interazione, al tipo di sound e di groove che esaltano il suo solismo. Ma leggendo tra le righe si capisce bene che Davis è alla costante, insoddisfatta ricerca del rischio, della libertà; evita la trappola dei cliché, chiede ai musicisti di superare se stessi, e intanto persegue un suono del suo gruppo al tempo stesso aperto e identificabile, personale e imprevedibile. In questo senso il volume è colmo di suggerimenti preziosi e di osservazioni acute che, in modo frammentario, permettono di tratteggiare una vera e propria poetica della musica”, scrive Stefano Zenni nell’introduzione.

Ma se da un lato si parla di musica e di come Miles “ebbe una parte fondamentale nella nascita del bebop (con Charlie Parker), del cool jazz (Birth Of The Cool), del jazz modale (Kind Of Blue) e della fusion jazzrock (Bitches Brew)”, dall’altro si indaga la filosofia di vita di un personaggio controverso. Come sono conciliabili l’ex ragazzaccio del Sud degli States, il genio musicale indiscusso che si confrontò con Duke Allington, Charlie Parker, Herbie Hancock e lo spaccone che ostentava le sue Ferrari, la villa a Malibù, i completi italiani su misura e le bellissime donne al suo fianco?

A questo proposito, come consiglia Paolo Fresu nella prefazione, è sintomatica l’intervista che gli fece Lionel Olay, definito da Hunter Thompson “il non plus ultra dei freelance”, in cui Davis dichiarò: «Intendo dire che non suonerei solo per soldi e neppure per un posto in questo mondo di bianchi. Sennò che cosa ti resta? Non si avranno mai tanti soldi quanti ne ha chi si cerca di imitare; per fare i soldi così basta svendersi. Così non si ha niente da dare al mondo; così non sei importante. Tanto vale essere morti».

L’intervista, che si intitola “Chi vince piglia tutto” e fu pubblicata nel 1964 da Cavalier è il pezzo simbolo di questo volume. Dalla paura di Olay di non riuscire a intervistare Davis fino all’ultima risposta si legge tutto quello che in fondo c’è da sapere sul Davis uomo: dalla fragilità alla voglia di farcela, fino alla consapevolezza che il successo di per sé non ti garantisce dai pregiudizi. Tradotto per la prima volta in Italia, Miles on Miles è il ritratto di uno dei protagonisti del Novecento e della sua colonna sonora: il jazz.