Max Gazzè chiude il tour “A Teatro Sotto Casa” presso l'Auditorium Parco della Musica

eleonora meneghini
Eleonora Meneghini
3 Febbraio 2014
Trini De La Noi
7 Febbraio 2014

Max Gazzè chiude il tour “A Teatro Sotto Casa” presso l'Auditorium Parco della Musica

Roma, 21 gennaio, Auditorium Parco della Musica. Si conclude qui il lungo tour musicale di Max Gazzè, tra applausi, luci stroboscopiche, quartetto d’archi color rosa e tanta voglia di ballare. Il cantautore chiude il cerchio nella sua città d’appartenenza, lasciandosi ospitare da una delle sale più capienti dell’auditorium, la sala Petrassi. Ben poche seggiole rimaste vuote per l’occasione.

Uno spettacolo che si è proposto con semplicità e simpatia.  Ad aprire, puntuale alle 21:15, il cantante e suonatore di trombone, “Dedo”, che annuncia se stesso e gli altri musicisti al suo fianco (batterista, Puccio Panettieri e pianista, Ettore Gentile), con il nome giocoso di “Dedo & the Megaphones”, da diverso tempo, oltre che band indipendente, pilastri strumentali del cantautore.

Le tre cover, strimpellate e arrangiate in uno stile, si conceda la definizione fantasiosa, da “divertentismo blues”, sono accompagnate dai passi di danza di un uomo mascherato, supereroe chiatto e in là negli anni che salta con passetti aggraziati da un lato all’altro del palco, per poi lanciarsi tra le poltrone del pubblico e sparire da un’uscita laterale.

Stemperata l’atmosfera, mandato al diavolo ogni tipo di stress da post-lavoro, gli astanti cominciano a scaldarsi, dai giovanissimi ai profondamente canuti, dagli eleganti ripuliti ai barbuti sciatti. Sarà un crescendo di partecipazione, a suon di cori omaggio, intonanti “poi per esempio non è vero che mi dilungo spesso su un solo argomento”, “…se non fumo più è per te, amore mio, guarda quel fiorellino, lo prendo per te, lo faccio per te!”, “una musica può fare, salvarti sull’orlo del precipizio, quello che la musica può fare, salvarti sull’orlo del precipizio, non ci si può lamentare”, a mo’ di loop infiniti.

E così prende posto sul palco il cantautore con tanto di basso in spalla, ampio sorriso, ricci domati, poche e affabili parole. Al suo seguito il quartetto d’archi, magnificente quota rosa della serata, e il chitarrista. L’intesa che in questi mesi ha legato tutti i professionisti del tour arriva tra gli spettatori ed è accolta piacevolmente: “Sappiate che durante la serata di commiato, è usanza scambiarsi scherzi inaspettati”.  Mettono le mani avanti, si sorridono e scambiano motteggi. (Gazzè solleva, in effetti, già qualche foglio dal pavimento, su cui sono riprodotte natiche apparentemente senza nome e pulcini canterini che hanno ammorbato lungamente le orecchie italiche qualche estate fa con quella suoneria da cellulare di bassa lega. Il senso di tali messaggi per mezzo “stampa a colori” sfugge ai più, ma permette agli incravattati di allentare ancora un po’ il nodo al collo.)

Parte lo show. Scaletta tendenzialmente adatta anche agli ammiratori “a tempo perso” dell’artista, anche ai nostalgici del cantautorato anni novanta, oltre che ai massimi seguaci sbraitanti, cui la sedia, piuttosto che un campo aperto, deve essere ad un tratto davvero pesata per quanto posta a sostegno dei bassifondi umani.

L’uomo più furbo del mondo,
Vento d’estate,
Preferisco così,
Il Timido Ubriaco,
Atto di forza,
Quel che fa paura,
Mentre dormi,
Cara Valentina,
Una Musica può fare,
L’origine del mondo,
Edera,
La Nostra Vita Nuova,
La favola di Adamo ed Eva,
Il solito sesso,
Annina,
Buon compleanno,
L’ultimo cielo,
Sotto Casa. 

Per un totale di quasi tre ore di spettacolo, con lunghi intramezzi di puri ghirigori “chitarristici e batteristici”, che hanno voluto un po’ ricordare gli anni dello “spacca la chitarra!”, condotti da giochi di luce violacei e biancastri. Uno spazio riservato è stato poi anche ritagliato indosso al “quartetto Euphoria”, contagiato dal virus fantastico della Banda Osiris, che eseguendo un pezzo di Vivaldi, ha giocato con sonorità e mescolanze pop, con l’orpello di passi coordinati con estrema ironia e precisione. Quattro musiciste brave, belle e decisamente simpatiche.

Ed ancora, tornando allo spettacolo principale, il cantante non ha fatto mancare al pubblico gesti di pura autoironia teatrale, né tantomeno bis “caciaroni”, come verrebbero definiti in territorio romano, richiamando a sé, o meglio al di sotto del palco, coloro i quali avrebbero voluto sgranchirsi le gambe a fine esibizione. Non solo giovani in prima fila, a rispondere all’invito.

Insomma, avranno a pentirsene coloro che nel dubbio hanno deciso di saltare questo appuntamento con l’amor di musica del “A Teatro Sotto Casa” tour, non fosse altro che per l’opportunità persa di vedere Max Gazzè ancheggiare e piegare le ginocchia, a suon di note musicali e corde vocali armoniosamente vibranti.