La morte di Joshua smuove la Casa Bianca

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20 Aprile 2015
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Marco Marra
20 Aprile 2015

La morte di Joshua smuove la Casa Bianca

Il nasino all’insù, gli occhi grandi e rotondi, i capelli castani e spettinati, il sorriso di denti bianchi e allineati, il corpo minuto e un segreto ingombrante. Joshua è il suo nome. Anzi, era il suo nome. Joshua se ne è andato l’anno scorso, pochi giorni dopo Natale. In quel periodo dell’anno in cui ogni sogno è reso più bello dal calore dell’atmosfera che brilla per le luci colorate sparse per le strade e per le case. Natale è anche il momento in cui ogni mancanza, ogni desiderio infranto si fa sentire con più forza perché di fronte a chi gioisce, chi è infelice lo è ancora di più. Non è facile vivere sopportando il peso di non sapere più chi si è guardandosi allo specchio, ed è ancora più difficile a 17 anni quando i tuoi coetanei vivono l’entusiasmo dell’adolescenza e tu l’inferno di un corpo che non ti appartiene. La strada trafficata da macchine, l’oscurità della notte sono lo scenario in cui il giovane Joshua interpreta la scena finale della sua breve vita. E così, quelle macchine che corrono veloci, che passano e lo sfiorano rappresentano le persone che gli sono passate vicine senza capire cosa stava succedendo per davvero. Non è immaginabile nascere e a soli quattro anni capire che quel corpo in cui sei nato non è il tuo, che vorresti essere altro: vorresti essere una bambina. Dieci anni ci sono voluti perché Joshua capisse chi fossero i transessuali e la gioia della scoperta lo fece piangere per la gioia. Finalmente aveva capito cosa stava succedendo: poteva capitare di nascere in un corpo sbagliato, e non c’era nulla di male e il destino ha deciso che toccasse a lui. È la vita che ricalca disegni per ognuno di noi, ma talvolta la carta carbone è posta sopra ad un originale dai contorni che non definiscono i tratti che ci definiscono. Joshua corre dalla sua mamma, felice perché aveva capito finalmente chi era. Si aspettava un abbraccio, il sostegno di chi ti dice “Io sono la tua mamma e il mio compito è renderti felice. Ti starò vicina e ti aiuterò” e invece si è dovuto confrontare con l’aspra incomprensione di chi conclude “È una fase e passerà perché Dio non fa errori”. Da quel momento per Joshua si apre la strada sconnessa dei terapisti riparativi, professionisti che millantano soluzioni che non esistono: cambiare l’orientamento sessuale di una persona dall’omosessualità originaria all’eterosessualità. Nella lettera d’addio, che Joshua firma con il nome da donna Leelah che si era scelto per sè, scrive “Non dite così ai vostri figli. Anche se siete cristiani o siete contro i transessuali, non dite mai questa cosa a nessuno: specialmente ai vostri figli. Non otterrete niente a parte far sì che odino se stessi. È esattamente quello che è successo a me. Mia mamma ha iniziato a portarmi da terapisti ma solo da terapisti cristiani, tutti con molti pregiudizi, quindi non ho mai avuto le cure di cui avrei avuto bisogno per la mia depressione. Ho solo ottenuto che altri cristiani mi dicessero che sono egoista e sbagliata e che avrei dovuto cercare l’aiuto di Dio.” È notte e quell’autostrada rappresenta l’unica soluzione per Joshua: smettere di vivere in un mondo che non capisce. Sceglie di gettarsi sotto ad un camion perché vuole essere sicuro di finirla lì, ma morirà in un ospedale poche ore dopo. Joshua lascia scritto “La mia morte deve significare qualcosa. La mia morte dev’essere contata tra quelle dei transessuali che si sono suicidati quest’anno. Voglio che qualcuno guardi a quel numero e dica “questa cosa è assurda”, e si occupi di sistemarla. Sistemate la società. Per favore.” Ed è significata qualcosa la sua morte, tanto da spingere l’amministrazione della Casa Bianca per conto del presidente Obama a schierarsi contro le terapie di conversione e di vietarne l’uso perché “sono inappropriate medicalmente ed eticamente, e possono causare sostanziali danni”. Peccato che Joshua sia dovuto morire, e abbia scelto il ruvido e ghiacciato asfalto di una strada, in una notte in cui avrebbe dovuto essere con i suoi amici e invece era da solo. E la crudeltà della solitudine è quasi peggiore della morte stessa.

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