Incontro con Mauro Corona. Il racconto di chi ha vissuto come bracconiere e mai guardiacaccia.

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Incontro con Mauro Corona. Il racconto di chi ha vissuto come bracconiere e mai guardiacaccia.

L’ultima scalata di Mauro Corona è quella in libreria, il cantore di Erto ha varcato gli scaffali della Mondadori con il suo nuovo libro “I misteri della montagna” e il palco del Teatro Russolo di Portogruaro in una serata organizzata dall’Avis. Padroni di casa della serata sono stati Sandro Furlan ed Elisabetta Grammatica, ma le luci erano puntate sulla vita. La vita di un artista che vive e ha vissuto in un equilibrio instabile tra passione e vizio, che amplifica e lacera ferite mai rimarginate della propria esistenza.

corona-2Quell’esistenza spesa a ridosso della pietra contusa dall’avidità e piccolezza dell’uomo, in un paese denso di pochi uomini e troppi fantasmi ascesi all’inesistenza per mano dell’uomo che non ha rispettato le leggi della natura.

Scrivo per salvare l’epopea della mia valle, non fermandomi a quella valle perché la fatica appartiene a tutti”, è lo sforzo del vivere che si consuma ogni giorno perché il “dolore di una madre che perde un figlio è un dolore universale. Noi abbiamo avuto più morti e abbiamo più diritto di parlare”.
Lo scrittore fa da tramite tra la sofferenza di ognuno e quella propria, ridà luce all’oscurità della sofferenza che non trova voce per urlare il proprio dolore, perché quello strazio deve trovare un senso che ne spieghi il significato che è stato e quello che ancora è.
È durante la notte che Mauro trova la propria dimensione per scrivere, solo di notte ritrova la pace con sé stesso “la notte in un paesino è sempre una notte magica, certo a Milano è diversa la notte, ma anche lì ci si può raccogliere. Chiesi ad una guida alpina perché si avventurava tra le cime di notte e lui mi rispose che è stufo dei particolari e vuole vedere solo il profilo delle cose”.

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E a pensarci bene c’è del vero in ciò, è così che andrebbero viste le cose: da lontano e nella loro interezza.
I punti di vista troppo analitici, così minuziosi, perdono il senso che si coglie nella complessità. È come in una sera d’estate, quando rimanere in spiaggia fino a tardi potrebbe significare solo godere del sole che scende nel mare e gustare l’acqua che ingoia e spegne quella palla infuocata. Ma a voler guardare solo il sole si finisce col perdersi l’immensità del mare.
Ecco chi è Mauro Corona, è l’artista che conosce ogni singolo particolare ma la sua voce e il suo occhio sono lì a cogliere e raccontare il tutto. Lo scrittore non è altro dalla realtà, non è separato dal mondo in cui scrive.
Quando scrivo non è fantasia quello che esce, ma sono io quella roba lì. Per scrivere “Storia di neve” bevevo tre bottiglie di vino in una notte perché era un periodo brutto, e chi l’ha letto capisce che è una follia perché chi ha scritto quel libro quelle cose le ha pensate, quindi quel libro potrebbe potenzialmente rappresentare la zona tenebrosa di ognuno di noi. Basta l’occasione, la follia. Le guerre siamo noi, nel nostro piccolo. Io sono anche quell’assassino lì”.
Corona è anche colui che usa la violenza dello scalpello sul legno, battendo e picchiando per ridare vita e nuova forma togliendo materia a ciò che è morto è informe. Dare vita è un atto d’amore, che si esprime anche con la violenza.

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Anche se l’amore è finito tra vostra moglie e vostro marito e avete l’illusione di qualche ora buona con un’altra persona, già l’idea di essere stato 40 anni con una donna o con un uomo che ha fatto parte della tua vita, ferisce l’idea che adesso ti possa piacere qualcun altro. Scordatevi la felicità. Se non a scapito di qualcun altro”.
È un Corona malinconico e intenso, quello sul palco del Teatro Russolo di Portogruaro, che ritma la narrazione tra l’ironia di un futuro potenzialmente incerto e l’oggettività prossima che è certa e reale. Il prossimo appuntamento, non troppo in là nel tempo, è quello con la morte. E lo scrittore lo sa. Ignora come il destino ha scelto di condurlo lungo quell’ultimo tratto in salita, ma Mauro ha deciso di fare a modo suo. “C’è una foiba dove vorrei sparire e lasciarmi morire. Vorrei andare via senza clamori, come le meridiane segnano le ore senza rintocchi di trombe. Sparire. Non accetto l’accanimento terapeutico su di me. Non può venire a dirmi Giovanardi quando posso morire. Voglio decidere io. Sono stanco della demagogia e della falsità. Come si fa a lasciare un uomo morire dopo sessantadue giorni di dolori atroci in cui la morfina non fa effetto? È vero, ci sono le leggi da rispettare. Ma io ho sempre fatto il bracconiere e mai il guardiacaccia”.
È la storia di un uomo segnato dalla vita, ma che a sua volta ha segnato la propria impronta a colpi di scalpello sul legno e tratti d’inchiostro sulla carta. Ma ancora di più sulle coscienze di ognuno.

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Si ringrazia
Avis di Portogruaro
Comune di Portogruaro
Elisabetta Grammatica
Sandro Furlan

Photos: Leopoldo Camerotto