Fashion Blogger: realtà o finzione?

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Fashion Blogger: realtà o finzione?

L’ultima frontiera del racket del volantinaggio pare non si muova più da tempo sulle ruote delle grazielle ma sul traffico dati dei vari social. I messaggeri hanno abbandonato le offerte ciclostilate per naturale evoluzione della scienza, generando così forme propagandistiche più raffinate: selfie realizzati con la sovraintendenza dello specchio del bagno e le luci dei faretti led a basso consumo energetico. Loro sono i fashion blogger, gente che ha sviluppato affinità elettive così esclusive che le uniche foto che riescono a scattare riguardano nel dettaglio loro stessi. Il brand che pubblicizzano è un decoro, un logo che quasi turba la loro anima, come il marchio dell’applicazione “Retrica” sulle foto degli egoriferiti qualsiasi disgusta ognuno di noi. Potrebbero sembrare persone come noi, magari più bellocce, ma invece hanno un talento innato e piuttosto raro che le rendono esseri superiori e più vicini al Divino: si vestono. E, certo, parrebbe una banalità e invece non lo è: il fashion blogger è uno che ha costruito la propria carriera vestendosi. Contrariamente alla gente comune che al mattino si alza per andare al lavoro nuda, il fashion blogger opera l’avanguardismo di coprirsi. E non sarebbe poi così male se lo imparassero tutti grazie ai loro tutorial che ci insegnano a non mescolare due capi dai colori simili ma con tonalità diverse, che la giacca a quadri non va con i pantaloni a righe, che i calzini bianchi sono controindicati come il viso struccato della Santanchè in studio da Santoro, che le scarpe sono più belle pulite e che le bretelle non vanno mai portate sopra alla tshirt. Insomma, sono insegnamenti evangelici che la gente deve smettere di trascurare. Il giro d’affari per questa operazione è impressionante. Secondo l’Espresso, Chiara Ferragni, giovane promessa bocconiana, oltre ad aver annotato in agenda con la stilografica e con calligrafia amanuense i prossimi esami per conseguire la laurea in giurisprudenza, si è pure intascata qualche milione di euro. Lei è una che dice di essersi fatta da sola, ma quel che è sicuro è che, da sola, ha completato per propria mano il caveau sotto casa scavato con le unghie, dopo averle rese forti grazie alla ricostruzione con tip in oro bianco diamantato. Poi c’è lui, Mariano Di Vaio che non se la passa di certo male: classificato dal Messaggero come il blogger maschile più influente del web e da me come l’uomo con più ciglia finte è il più conteso dalle case di moda. Una vita fatta di viaggi, sale trucco, lavateste e sguardi persi nel vuoto. Perchè, certo, se sei fashion blogger e devi reclamizzare la tutina sciogli grasso, il tuo sguardo non dovrà mai puntare l’obiettivo della macchina fotografica ma perdersi in quel nulla in cui si pensa vengano visualizzati gli assegni a cinque zeri. Lo fanno tutti, uomini e donne indistintamente, è il voto per la consacrazione di leopardiana memoria: guarda oltre la siepe verso l’infinito. C’è chi sceglie di rimirare a testa alta le scie chimiche denunciate da Romina Power, chi il proprio riflesso sulle pozzanghere fangose delle voragini del Tiburtino a Roma. Al fashion blogger non importa se nel frattempo il set viene invaso dal suv della classica quarantenne, non se ne cura e continua a guardare in aria. Se muore sarà celebrato come caduto sul lavoro e da centomila like su Instagram. Che soddisfazione.