6 febbraio, diciamo no all’infibulazione

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By Barbara Cialdi
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La pratica dell’infibulazione (asportazione del clitoride e cucitura dell’apparato genitale femminile, lasciando solo un piccolo spazio per la fuoriuscita del sangue mestruale e dell’urina) , dal latino “Fibula”, ovvero spilla, è una vera e propria tortura ed ha origini esclusivamente culturali. Tradizioni provenienti dall’antico Egitto, dove ancora oggi nonostante sia vietata, viene subita da circa il 90% delle donne egiziane. Ma sono oltre quaranta gli stati africani in cui viene praticata. In Somalia, ad esempio, è diffusa al 98% ed è stata infatti ribattezzata “la patria delle donne cucite“. Non è menzionata nel Corano eppure molti paesi islamici la adottano per mantenere intatta “l’illibatezza” del genere femminile.

Questa pratica viene eseguita sulle bambine dall’età di quattro anni fino ai quattordici, direttamente dalle loro madri o nonne in una situazione di sofferenza atroce. Ovviamente viene svolta in maniera “rudimentale”: niente anestesia, niente ospedale. Solo dolore disumano e rischio di infezioni che quasi sempre costringono le piccole vittime a complicazioni per tutta la loro esistenza. I rapporti sessuali sono impossibilitati fino alla “scucitura” da parte del marito durante la prima notte di nozze. Le puerpere, le vedova e le donne divorziate sono sottoposte ad una nuova infibulazione per riacquistare la purezza; anche il parto è notevolmente compromesso a causa di questa pratica, in quanto il bambino deve attraversare una massa di tessuto reso poco elastico dovuto alle mutilazioni: spesso madre e figlio rischiano la morte per le complicanze durante la fase espulsiva e le infezioni vaginali sono all’ordine del giorno.

Una vera e propria barbarie – che serve principalmente ad impedire che la donna provi piacere sessuale – in aumento anche negli Stati Uniti a causa di un sempre crescente aumento di immigrati. Bambine vittime di madri, zie e cugine prese contro la propria volontà che vengono sottoposte ad un rito assurdo e crudele solo per rispettare le tradizioni. Sono 200 milioni le donne e le bambine che nel mondo hanno subito mutilazioni genitali sopratutto in Gambia, Mauritania ed Indonesia.

Ed in Italia cosa succede ? A sorpresa il nostro paese è al quarto posto in Europa nella diffusione dell’infibulazione, nonostante ci sia una legge che vieta e punisce con la reclusione da 3 a 16 anni chiunque commetta atti di mutilazioni genitali femminili. Nel  2009 erano 35mila le donne vittime di tale atrocità; il dolore è talmente forte che le bambine possono morire per lo shock emorragico o traumatico. L’evento rappresenta una gravissimo trauma per chi lo subisce e l’Italia continua la propaganda affinchè questa “iniziazione”, tra gli immigrati nel nostro paese, venga abbandonata.

Il 6 febbraio tutto il mondo dice NO all’infibulazione e alle mutilazioni genitali femminili perchè le donne devono essere libere di amare e godere del proprio corpo, di preservare la propria femminilità e soprattutto di avere diritto alla propria salute fisica e morale.