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Quando digitiamo una parola su Google o setacciamo centinaia di immagini siamo convinti che le possibilità di ricerca siano migliaia, ma la verità è che non abbiamo la minima idea di quanto possano essere spaventose le dimensioni del web. Sono misure quasi impossibili da concepire per noi umani perché somigliano a quelli che circolano nello spazio: miliardi e miliardi di materiale informatico al posto di galassie e pezzi interi di universo.

Il web visibile è solo il 5% dell’iceberg realmente esistente e ne rappresenta, quindi, la parte più superficiale. Il restante 95% è costituito da vari strati che gradualmente si lanciano verso le viscere più profonde del cosiddetto Deep Web o web sommerso. Per avere una cognizione della cosa è giusto dire che il numero di documenti presenti in esso si aggira attorno ai 550 miliardi, e se si pensa che Google non arriva ad indicizzarne neanche 2 miliardi allora tali cifre astronomiche appaiono più che chiare.

È vero che il Deep web è un territorio di nicchia, occultato, ma rimane comunque accessibile a tanti per via di browser che garantiscono l’anonimato. Quando sei dentro è come ritrovarsi all’inferno: droga, armi, clonazioni di carte, pedopornografia, segreti di Stato, recupero di password e codici di ogni tipo, mandanti ed esecutori di omicidi, di truffe e di documenti falsi. Paradiso di hacker e jihadisti, questo fondale web serviva in passato per scambiarsi informazioni militari, mentre oggi è tra i posti più pericolosi al mondo.

Destreggiarsi negli abissi sommersi è giocare con il male, modellarlo, e credere di averne diritti e competenze per farlo. Si tratta della parte più oscura e malata di noi, che manifestata ci dà prova di quanto possiamo essere mostri e quanto poco umani. Finché migliaia di persone alimenteranno l’illegalità, a discapito della nostra sicurezza, ci distruggeremo. Quando la natura non vuole spazzarci, siamo noi a voler scomparire.