Blue: Chi ha ucciso il jazz?

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Blue: Chi ha ucciso il jazz?

Quanti si troveranno in forte disaccordo con me, per favore, non mi liquidino come fanatico, perché nel mondo del jazz c’è un numero sorprendentemente elevato (e oltretutto in costante crescita) di persone che la pensano come me, e anche parecchi che hanno opinioni ancor più dure delle mie.
(Eric Nisenson)

Un potente “J’accuse” al jazz moderno. Nato come musica di sperimentazione in continuo mutamento, il jazz, secondo Nisenson, a un certo punto è morto, o meglio è stato ucciso. Primo indiziato nell’indagine, a cadavere ancora caldo, è Winton Marsalis che, nella ricerca del jazz autentico, non ha fatto altro che creare un ponte non tanto con la musica del futuro, ma con quella dal passato. Quindi i neoclassicisti non hanno reso un servizio richiesto dal jazz hanno piuttosto dato vita a una coazione a ripetere: si sono incartati su linee melodiche già in precedenza frequentate dai jazzisti come Miles, Coltrane, Armstrong, Gillespy e Ellington.

Se viene in mente la sorniona affermazione di Frank Zappa: “Il jazz non è morto, fa solo un odore un po’ curioso” non è a caso, infatti anche Nisenson parla di un riassorbimento del jazz in altri tipi di musica: il jazz puro semplicemente non è più rilevante. Forse, azzarda Nisenson, l’infilarsi nel vicolo cieco della tardizione, è il risultato di un cambiamento esistenziale dei jazzisti. Al dio denaro piacendo per la fama retribuita basta suonare come Luois Armstrong o come quel Miles Davis che andava a braccetto con Sartre a Parigi. Persone già libere si mettono a suonare una musica di liberazione e ripetono gli stilemi di quello che suonava chi utilizzava la musica come grimaldello per raggiungere la libertà.

Charlie Parker attribuiva un grosso significato all’esistenzialismo del jazz se è vero (come è vero) che disse: “La musica è la tua esperienza, i tuoi pensieri, la tua saggezza. Se non la vivi, non ti uscirà dallo strumento”. L’attacco ai metodi del Lincoln center che privilegiavano il ritorno alla tradizione per un genere intrinsecamente basato sull’innovazione è una scusa anche per tracciare una particolare storia del jazz. Si può essere d’acordo o dissentire dalla provocatoria tesi dell’autore, ma questo libro rimane un must per gli appassionati del genere, imperdibile per un approfondimento sul jazz di tutte le epoche.