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By Antonino Pezzo
17 Marzo 2017

Se pensate che amare dipenda solo dal cuore, dai colori dell’anima, non avete la minima idea di cosa giri nel nostro cervello. Responsabile in parte di questo processo è la natura, ma le leggi che lo regolano sono tutte artificiali.

Partiamo dall’inizio. Quando veniamo alla vita, una raffica di informazioni, percezioni ed esperienze si rivolta nel nostro corpo simultaneamente come cibo nello stomaco. Dai cinque ai dieci anni, ad esempio, siamo perfettamente in grado di trasmettere cosa proviamo nei confronti dei nostri genitori, per i compagni di scuola e per le maestre. Raggiunta l’età teen scegliamo i nostri migliori amici e ci infatuiamo di qualcuno, poi c’è un crollo. Tutto si sfascia. In età adulta alcuni saranno su un ultimo precipizio di affetto nell’attesa di sprofondare in un mare di sterilità, cinismo e in cui l’assenza di calore è devastante.

I barlumi di emozione donati agli altri saranno invisibili, concretamente inesistenti. Non essere capaci di amare è esattamente questo.

La persona che determina questa nostra facoltà affettiva è nostra madre. Se nei primi anni di vita lei ci rifiuterà, le conseguenze della sua decisione saranno irreversibili: proveremo amore senza riuscire a trasmetterlo, a condividerlo, a dargli un tracciato che mantenga in equilibrio la torre di un rapporto. Gli altri vedranno sempre in noi un approccio di innato distacco nei confronti del mondo umano, e noi non potremo fare altro che accettarlo.

Ci sono amori giusti, amori sbagliati, amori tossici, e anche se il nostro passato è il DNA della nostra sensibilità, nulla può toglierci la possibilità di provare ad amare. Il rimorso più grande sarebbe pensare di aver fallito prima che il nastro venga tagliato.

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