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By Pietro Rebosio
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Una donna, una poetessa, una grande educatrice, o, come avrebbe preferito lei “curatrice di anime”. È morta in un giorno particolare, per chi ha fede. Forse non casuale. Ci ha lasciato molti libri, molti versi e molte follie, “la pazza della porta accanto”. Rientrante in quel filone poetico letterario che trova le proprie radici nel romanticismo prima e nel crepuscolarismo poi, della poetica della Merini è interessante e doveroso affrontare i due grandi temi, in fortissima simbiosi, della passione (carnale e di sofferenza) e della speranza. Nel suo primo componimento scritto in tenerissima età vediamo già delinearsi le linee guida del suo insegnamento e della sua anima. Ne Il Gobbo infatti scrive “Io mi guadagno palmo a palmo il giorno, il giorno dalle acque così grigie, dall espressione assente. Il giorno io lo guadagno con fatica, fra due sponde che non si risolvono … e nessuno mi aiuta. Ma viene a volte un gobbo sfaccendato, un simbolo presagio d’allegrezza che ha il dono di una strana profezia. E poichè vada incontro alla promessa, lui mi traghetta sulle proprie spalle”.

Alla fine la luce trionfa sulle tenebre. Il bene sul male. Perchè il male non esiste nell’universo della Merini. Anzi, esiste, eccome se esiste. Ma l’accettazione di questo è talmente radicata e profonda che perde di qualsiasi autorevolezza. E così come nei dolorosi anni del manicomio i demoni venivano scherniti, così nella vita si assimila il male, lo si comprende e lo si deforma in delirio amoroso. La poetessa celebra le lacrime, celebra il martirio personale e taciturno che ci portiamo sempre con noi. Lo fa con grazie e leggiadria. Accoglie il dolore e il peccato come fosse il principio del benessere e dell’arte. Dalla macchina che percorreva la “Tangenziale dell’Ovest” guardava dal finestrino e vedeva il ricovero già dietro di sè, davanti “caratteri d’oro” per ottenere “un manto incandescente” da trasformare in versi.

La casa della poesia non ha porte nè finestre. Ma nel tenetativo di giungervi ci si immerge nell’anima e allora si vede l’Universo. La poetessa dei Navigli ha fatto questo tutta la vita, e nella morte e nel Signore ha trovato il riparo “da quel gorgo di inaudita dolcezza, da quel miele tumefatto e impreciso che è la morte di ogni poeta”.