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By Alessandro Vivanti
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ART

Quando Picasso disegnò il primo schizzo preparatorio de La Vie (La Vita), nel maggio del 1903, era un artista povero, di ventuno anni, che lavora nel quartiere medievale di Barcellona. Questa tela, senza dubbio la più enigmatica delle sue opere, è emblematica del periodo Blu, il più melanconico, inaugurato due anni dopo da opere concentrate sui temi della miseria umana e l’alienazione sociale. L’artista rivelò in quest’opera quale fu il suo stato d’animo, in quel preciso momento (1901), a causa del suicidio del suo collega e più caro amico Carles Casagemas, di cui la tragica morte ne influenzò tutta la fase preparatoria de La Vie. Passò mesi e mesi tornando a ritoccare di continuo la composizione dell’opera, analizzando il soggetto in un processo di trasformazione continua, lasciando spazio più a una complessa allegoria simbolista, ancora largamente incompresa. Si sa per certo che ad averlo influenzato fu il tentato omicidio da parte di Carles Casagemas nei confronti di Germaine Pichot, sua amante che non ne corrispondeva l’amore, poiché Carles era impotente e non poteva accontentare sessualmente Germaine, che era invece fortemente attratta da Pablo Picasso.

Casagemas, annientato dal dolore, sparò alla donna in un locale di Barcellona, ma la ferì soltanto. Non accorgendosi che la donna era ancora viva, a sua volta si sparò un colpo mortale. Picasso, terribilmente scosso per il tragico avvenimento, elaborò il dolore dedicando la memoria per l’amico attraverso la sua arte, dedicandogli alcuni ritratti, in cui prevalgono il colore blu in tutte le sue declinazioni. Tra il 1901 e il 1904, Picasso limitò la sua tavolozza cromatica alle sole gradazioni di questo colore, che appariva per lui il più consono come scelta per esprimere il suo lutto, la malinconia e la mestizia che lo tormentavano. Come già precedentemente spiegato, l’opera è frutto di diversi ripensamenti e modifiche, rivelati da due disegni preparatori a penna e matita del 1903, conservati al Museu Picasso di Barcellona e al Musée National Picasso di Parigi. In uno di questi, la coppia di figure che appare nel lato sinistro, è completamente nuda e il personaggio maschile che cinge col braccio il corpo della donna, rivela le sembianze proprio di Picasso.

Nella versione finale invece è il suo amico Carles Casagemas, tentativo da parte di Picasso di esorcizzarne la morte. La coppia così abbracciata è una delle raffigurazioni più tipiche e ricorrenti nelle opere picassiane, soggetto ripreso più volte, in cui due amanti si stringono intimamente e carnalmente. Di fronte a loro è contrapposta una donna coperta da un mantello con in braccio un bambino, di forte ispirazione sacra, e dipinta con un tratto più schematico e duro rispetto alle linee morbide dei due amanti. È la personificazione della maternità, ma in età matura, non giovanile. Secondo alcune interpretazioni, la coppia a sinistra, rappresenterebbe l’incompatibilità tra l’amore e la sessualità, oppure – in una lettura in chiave biologica – gli amanti che simboleggiano l’amore carnale, esprimendo la vita e il frutto della loro unione fisica, nonché il dono della vita, che verrebbe personificato dal bambino tenuto in braccio dalla donna con il mantello. Non appare invece verosimile l’identificazione col dipinto del 1905 di Gustav Klimt, Le tre età della donna, solo per il fatto di rappresentare le tre fasi della vita, poiché l’opera di Picasso è anteriore, e comunque è presente la figura maschile, invece assente in Klimt.

 

Altre ipotesi alludono ancora all’allegoria dell’impotenza, a cui sembrerebbe accennare l’inutilità con cui la figura femminile nuda preme il proprio ventre, ancora infruttuoso, contro il perizoma dell’uomo (Casagemas), o ancora al tema della cacciata dall’Eden di Adamo ed Eva, sofferenti di fronte alla perdita dell’eternità, personificata da un bambino che sembra quasi morto e da una donna ormai non più giovane. Questa interpretazione è suffragata dalla somiglianza con La Cacciata dei progenitori dall’Eden, l’affresco di Masaccio nella decorazione della Cappella Brancacci di Santa Maria del Carmine a Firenze, che ritrae la famosa scena dell’Antico Testamento, ovvero l’espulsione di Adamo ed Eva dal Giardino dell’Eden.

Al centro del dipinto due scene, che sono raffigurate come su due tele sovrapposte, fanno pensare a un’ambientazione nell’atelier dell’artista, che richiamano anche il tema dell’art dans la vie, l’arte come presenza necessaria all’interno della vita. Nel quadro in basso è rappresentata una donna ripiegata su se stessa, in posizione quasi fetale, in atteggiamento di sconforto, mentre il quadro in alto è occupato da una coppia di amanti che si consolano vicendevolmente. Essi alludono al tema della disperazione e del tormento della vita, che può essere affrontato da soli, oppure in coppia e rappresentano una prima sperimentazione da parte di Picasso della tecnica del collage, che in seguito affinerà ulteriormente. Il movimento circolare dei nudi che occupano i quadri al centro della tela si contrappone alla rigidezza statuaria e alla ieraticità delle figure in piedi, i cui sguardi sono orientati verso direzioni opposte, come a sottolineare il tema dell’incompatibilità del linguaggio. Il dipinto di Picasso non ebbe particolare fortuna: venne venduto dapprima a un suo amico, Sebastià Junyent, successivamente nei decenni seguenti appartenne a Ambroise Vollard, Justin Thannhauser e Étienne Bignou. Solo nel 1927 venne esposto pubblicamente, ma senza successo per l’eccessivo simbolismo, troppo enigmatico per il gusto dell’epoca. Trovò soltanto nel 1937 un acquirente nel Museo della Rhode Island School of Design, ma nel 1943 per lo scarso apprezzamento del successivo direttore che lo rimpiazzò con un’opera tardiva di Pierre-Auguste Renoir, venne poi accolto nelle collezioni del Museo di Cleveland.

Ultimamente l’opera è stata esposta a Parigi, al Musée d’Orsay, durante la mostra “Picasso. Bleu et rose”, 18 settembre 2018 – 6 gennaio 2019; successivamente a Basilea, alla Fondation Beyler, dal 3 febbraio al 26 maggio 2019.