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By Antonino Pezzo
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ART

Le emozioni proposte da SpazioKappa32 sono sempre profondissime, l’esperienza buca l’intimità. Si ritiene che per “sposare” il divino occorra essere fatti esattamente di quella stessa pasta, tuttavia le occasioni che si vivono in Via Kramer 32 vanno a demolire definitivamente simili concezioni.

Il fotografo Pietro Rovida, a Milano fino al 23 maggio, continuerà a configurarsi come un’arma artistica spietata tutta terrena: prova che l’uomo, con i suoi limiti e il suo essere mortale, riesce a distanziarsi per un istante da ciò che è ed arrivare a creare ambienti ultraterreni.

Rovida è partito da una condizione primordiale del genere umano: il nudo. Siamo nati così in questo mondo, senza armature protettive e rivestimenti ornamentali. Il fotografo ci spinge da tale inizio verso ciò che siamo diventati nel tempo, verso le nostre identità attuali.

Il corpo spoglio e perfetto della modella Michela Maridati è solo e abbandonato in un contesto guasto, lugubre e dimenticato dal calore vitale. La donna sembra farsi coraggio cercando le ragioni per le quali è lì, e comincia a scoprire il concreto e l’ignoto, toccando se stessa, spalmandosi sulle superfici, ritrovandosi, amandosi: è in primis un essere che riesce a salvarsi nello spazio circostante.

Bellezza e sensualità vengono sprigionate tramite espressioni e posizioni ammalianti ma mai volgari, con eleganza femminile e assoluta dominazione di sé. Tutte le vibrazioni trasmesse confermano il corretto calcolo degli equilibri, mentre l’anima dell’osservatore si fonde contemporaneamente con quelle della donna e dell’autore stesso degli scatti.

«Non credo di essermi ispirato a qualcosa per dare origine al tutto, ho soltanto trovato questo posto. Una volta dentro, ho visto tanto degrado e desolazione: è un luogo davvero dimenticato da tutti. C’erano sprazzi di luce che attraversavano i vetri e che creavano un gioco di macchie, alcune molto abbaglianti. C’erano, quindi, anche le ombre che volevo», ha dichiarato Pietro.

La sua fotografia ricorda molto la lotta fra luce e oscurità di certi dipinti del XVII sec, perché svela ciò che pensavamo di non poter vedere nelle tenebre.