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By Antonino Pezzo
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ART

È il 1800 quando Vasilij Kandinskij inventa un nuovo linguaggio artistico che a primo acchito appare disordinato: l’astratto. Ma Vasilij non dipinge a caso, in quella sregolatezza accosta macchie e linee secondo un preciso ritmo musicale. Concepisce le sue opere come veri “brani” musicali, con tanto di accordi di colore e forme che infondono nell’animo dello spettatore la stessa armonia dei suoni.

L’acquerello del 1910, in cui macchie colorate galleggiano su uno sfondo chiaro, gli spiana la strada e da qual momento in poi l’astrattismo gli appartiene per sempre.

Quel che è certo è che mettere in discussione la grandezza del pittore russo è mettere in discussione la storia dell’arte stessa.

Vasilij non può ignorare il cordone ombelicale tra opera d’arte e spiritualità. Per lui il colore può avere due effetti sullo spettatore: fisico, superficiale e basato su sensazioni momentanee, e psichico, dovuto alla vibrazione spirituale attraverso cui il colore raggiunge l’anima. La tonalità cromatica è sperimentazione, dunque, perché essa ha un odore, un sapore e un suono.

Analizzando gli elementi fondamentali della composizione – punto, linea, superficie – Kandinskij geometrizza le macchie rendendole cerchi, triangoli, quadrati e scacchiere. Ecco che il giallo diventa energia se imprigionato in una figura triangolare, mentre il blu è quiete in una circonferenza.

Il surrealismo, che scardina ogni tipo di logica razionale, è totalmente presente.

Tra le opere più celebri del pittore russo ricorderemo sempre: Il cavaliere azzurro, Macchia rossa I e II, Composizione X e Giallo, rosso, blu. Potrete ammirarle al MUDEC di Milano dal 15 Marzo al 2 Luglio 2017.