Carlo Sala: Sperimentazione e Creatività

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Carlo Sala

Sperimentazione e Creatività

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Uno degli elementi fondamentali per aiutare gli attori nell’immergersi nello spettacolo messo in scena a teatro è la scenografia. Un bravo scenografo, deve saper ricreare ambienti, fondali e oggetti adattandoli al contesto e alla filosofia dello spettacolo, ma anche agli spazi e alle attrezzature disponibili. Non ultimo, oggi più che mai, va considerato il limite di budget.

«Se l’idea è forte e si lavora in un team serio e motivato, non c’è budget che tenga. Quando mi propongono uno spettacolo penso sempre di spendere un milione di euro, di conseguenza sono perennemente frustrato. La ragione per cui mi salvo dalla frustrazione è il lavoro creativo di gruppo»

A parlare è lo scenografo e costumista Carlo Sala, il quale dopo tre anni di studi presso la Facoltà di Medicina, molla tutto e rischia. Si trasferisce a Milano, cerca casa e si iscrive all’Accademia di Brera dove nel 1981 si diploma.

«Sono passato dagli studi di medicina e per amore, per folgorazione, mi sono appassionato al teatro. Questo spazio, per la menzogna, improvvisamente rese fragile tutto quello che mi ero costruito con fatica, precedentemente.
Mia madre mi diceva che ero “sempre più verde in viso”, in teatro il viso verde si porta con orgoglio»

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Com’è avvenuta questa tua folgorazione?

Fortuitamente, grazie all’incontro con l’allora neonata compagnia del Teatro dell’Elfo. Gli “elfi” erano senza soldi e per finire l’allestimento dello spettacolo Satyricon di Petronio con la regia di Gabriele Salvatores (siamo nel 1979, questo spettacolo va in scena in un’arena di sabbia) chiesero aiuto a parenti e amici. Casualmente ci sono capitato in mezzo anch’io.

È l’inizio di un sodalizio che dura da anni.

Carlo Sala contemporaneamente studia a Brera e collabora con gli “elfi”, soprattutto con Ferdinando Bruni per i costumi dello spettacolo Dracula di B.Stoker (spettacolo in cui il pubblico, privo di uno spazio di propria pertinenza, si aggirava in una sala immersa completamente nel buio) poi Sogno di una notte di mezz’estate con la regia di Gabriele Salvatores, per arrivare a firmare la scena de’ Il servo di Robin Maugham con la regia di Elio de Capitani.

Non solo, Carlo Sala spesso si occupa anche di costumi di scena.

«Mi sono accorto di essere costumista quando ho vinto un concorso nazionale per La Bohème»

Uno scenografo, uno bravo come Carlo Sala, oltre la conoscenza dei principi dell’architettura deve conoscere numerosi campi dell’arte, quali: il disegno, la scultura, la pittura, lo studio dei colori, delle luci e il gusto per la composizione.

Carlo, visti i continui tagli alla cultura e le poche compagnie stabili in vita, molti artisti spesso devono rinunciare a scenografie e costumi, limitando la loro creatività. Come conseguenza viene spesso a mancare una ricerca estetica dello spettacolo. Per te quant’è importante l’immagine associata alla parola?

Fondamentale. Nel caso della musica, la musica vince su tutto.
Nel teatro di prosa il testo, la drammaturgia e la regia più sono precisi e decisi, più facilitano la mia autonomia creativa. Il pendolo può andare da:
Autonomia totale (situazione gratificante sotto tutti i punti di vista), come mi è successo per una coreografia di Amarcord di Luciano Cannito nata per il Teatro S.Carlo di Napoli, spettacolo approdato al Teatro alla Scala per poi finire al Teatro Metropolitan di New York dove la scena ha avuto un applauso ad apertura sipario.
Autonomia emotiva (situazione che sempre più spesso mi vede coinvolto), dove un lavoro di gruppo vede nascere, man mano, l’esigenza di uno spazio scenico dove recitare e cosa mettersi addosso per dire quel testo.

Ricorrente il tuo riferimento al lavoro di gruppo…

Per me incontrare persone nuove, scoprire capacità inaspettate, ottenere la fiducia di chi ne sa più di te… sono i motivi per i quali sarei disposto a limitarmi di molto, chiaramente mi riferisco al budget, se le persone con cui collaboro mi danno serenità. Li sposerei tutti: per poi lasciarli dopo aver partorito lo spettacolo, ovviamente lasciando a loro il “figlio” da accudire.

Invece il disegno luci, per definire lo spazio scenico, quant’è fondamentale?

Io mi innamoro delle luci quando le vedo fatte da qualcun altro, mi succede spesso con la compagnia del Teatro dell’Elfo di pensare uno spettacolo illuminato in un modo e di amarlo di più, scenografia compresa, illuminato in tutt’altro… senza la mia regia.
Nelle opere liriche spesso succede il contrario.

Parliamo di budget. Tu hai detto: “Quando c’ è un’ idea, non c’ è budget ridotto che tenga”. Quante volte hai dovuto far fronte a questa massima, e se posso, in quali occasioni?

Un esempio paradigmatico in questo senso è stato lo spettacolo Lola che dilati la camicia che ha sancito anche il mio incontro con Marco Baliani e Maria Maglietta.
Lo spettacolo aveva un budget di 5.000.000 delle vecchie Lire tra; scene, costumi, attrezzi e luci. L’ho vissuta come un’opportunità come poche volte mi è capitato, ne è uscito uno spettacolo che tutt’ora la Compagnia dell Elfo mette in scena con Cristina Crippa e Patrizia Savastano.
Un altro esempio (più che una spesa per la compagnia un investimento almeno per la mia parte) è successo per Edoardo II di Marlowe regia di Elio De Capitani diventato poi il Sogno di una notte di mezza estate in tre allestimenti diversi e che ora si appresta ad essere restaurata e riutilizzata.

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Come nasce una tua scenografia e quant’è essenziale il feeling con il regista?

Io nasco Dio per cui se non mi si mette un freno sarei capace di mettere in scena la qualunque, a parte gli scherzi, come dicevo prima la scala è: Testo, Regia, Spazio Scenico e Costumi.

Quanta libertà ti lasciano nello sperimentare?

Tutta quella che mi prendo. La sperimentazione e la creatività sono benvenuti sempre anche se non te lo dicono, anche se ti hanno chiamato perché hanno visto una cosa tua e ne vorrebbero una così, nel tuo “stile”. Credo di non averne, nel lavoro e nella vita, di “stile”. Siamo fatti di creatività e sperimentazione.
Bertolt Brecht diceva: “Se la gente vuole vedere solo le cose che può capire, non dovrebbe andare a teatro; dovrebbe andare in bagno”.

La scenografia alla quale sei più legato e perché?

La prossima, di sicuro.
Le scenografie le abbandono volentieri al loro destino, alla chiusura del sipario della prova generale se ci riesco o dopo la decima replica se c’è ancora da fare. Ma i “figli” sono tutti uguali, in giro per il mondo o in magazzini freddi e bui.
Una brutta scena può avere dei pezzi meravigliosamente realizzati e costruiti, che mi porterei a casa.
Una bella scena, ben concepita e centrata può essere costruita male non per colpa di qualcuno, ma degli eventi.
Meglio che le scenografie facciano la loro strada, c’è da dire che non amo essere chiamato per le riprese, lo faccio solo se lo sento necessario, per me, in quel momento.

Una scenografia che avresti voluto realizzare, ma che ti hanno preceduto?

Una volta sola, ma è stato molto divertente.
Stavamo pensando allo spettacolo La Bottega del caffè di Carlo Goldoni con la regia di Elio de Capitani e Ferdinando Bruni si parlava di acqua, di un sipario o qualcosa di simile, un sipario ma anche un fondale. Avevo pensato ad una piscina con un sipario su carro che man mano indietreggiasse scoprendo di volta in volta i personaggi.
Ero a Roma per un lavoro, Elio pure ma per affari, ci sentiamo telefonicamente e gli dico la mia idea, lui mi risponde che quella sera andava a vedere al Teatro Valle uno spettacolo di Mario Martone e che aveva due posti: “ottimo ci incontriamo prima e ti racconto la mia idea” gli dico.

Posso immaginare cosa sia successo…

Ci sediamo in sala, davanti a noi un bel sipario rosso che invece di aprirsi man mano indietreggia scoprendo le varie storie di una Napoli sgangherata e meravigliosa che Mario aveva messo in scena.

La vostra reazione?

Ci siamo guardati e messi a ridere.

Il materiale più duttile che hai usato?

Tutti materiali sono duttili, dipende da come li usi. Alcuni materiali hanno bisogno di “violenza” altri di “leggerezza”.
Ancora oggi mi piace usare la gommapiuma, specie scolpita nel fondale-muro-sipario come nello spettacolo La Bottega del caffè. Le lenzuola fatte ammuffire volutamente, strappate a strisce e ricucite per Lola che dilati la camicia, una scena tutta in ferro arrugginito su tre piani per Ellis Island di Sollima al Teatro Massimo di Palermo, le coperte all’uncinetto della nonna per un Ubu Re con Quelli di Grock, ma anche le fotocopie per Morte di un commesso viaggiatore di Miller con la regia di Elio De Capitani montate e schiacciate sulla tela juta per dare spessore… o sorpresa delle sorprese, anche per me, una coperta che era in vendita all’Ikea elastica, goffrata che ho fatto comperare a tonnellate al Teatro Real di Madrid per l’allestimento de La Vera Costanza di Haydn che tinta, tirata, incollata e bruciata è diventata roccia, muro, albero e mare.

Un consiglio per un giovane laureato in scenografia e costumi?

Il mondo è grande. Sei coraggioso? provaci o lavora con chi hai studiato, con le persone che incontri, fai gruppo, rischia. E’ dura, e non pensare mai che qualcosa sarà l’occasione della tua vita. La tua vita è già un’occasione.

Oggi, per un giovane scenografo, quali prospettive internazionali di lavoro trova rispetto al passato?

Il mercato internazionale lo conosco poco, una volta il miraggio di farsi pagare tanto era il Giappone, oggi i paesi Arabi del Golfo che mangiano Opera e spaghetti alla bolognese, o la Cina.
Tecnologia innanzitutto, Autocad come se piovesse o non cominciare nemmeno a viaggiare. Io di Autocad non ne so nulla, sono fuori target, ma ho un’assistente bravissima.

Ultima domanda.
Continua la tua collaborazione con la compagnia dell’Elfo che negli anni ha saputo osare di più, compagnia teatrale trasferita da uno spazio underground, come quello in via Menotti, passando a quello che oggi è l’Elfo/Puccini in Corso Buenos Aires a Milano.
Ti manca quel palco?

Non sono un nostalgico dello spazio in via Menotti, abbiamo fatto dei gran bei lavori, ma la rocchettiera a 5 metri e 25 di altezza e la larghezza di 14 metri non mi mancano proprio. Mi capita ancora di lavorare in spazi che ricordano quello, soprattutto per prove o allestimenti, e tutte le volte laddove mi dicono che lo spazio è piccolo e brutto e basso io tiro dritto, mi sento a casa lo stesso.

E noi di StarsSystem apprezziamo molto il guardare sempre avanti di Carlo Sala.

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